venerdì 19 marzo 2010

Regretful Deads II

È successo ancora.
La prosaica stupidità dei vivi si è scontrata con la serafica indifferenza dei quasi-morti.
Ennesima corsa nella notte per cercare di salvare una vita che non aveva nessuna intenzione di lasciarci interferire con il suo corso naturale. Ancora uno scontro tra la professionalità imbelle e arrogante dei titolati (o presunti tali), contro la semplicità dell’irrilevanza delle azioni umane.
Arriviamo sul posto (target, si dice target), coi nostri costumi da power ranger, tronfi ed assonnati varchiamo le soglie del purgatorio terreno: il centro degenza alzheimer. Un posto asettico, anonimo, dove in comode gabbie bi-gerontiche giacciono ignavi ed inconsapevoli relitti di epoche passate, le cui date di nascita richiamano vecchi regimi, guerre dimenticate o memorabili eventi la cui importanza storica viene messa in ombra da una qualsiasi puntata di Amici.
La signora Natalina nacque nel momento esatto in cui il nostro neoclassico dictator et dux spingeva la sua idealistica e raccogliticcia armata di pazzi verso roma.
È ha deciso di morire in uno squallido ed anonimo anno di nulla. Presto, ma non ancora.
Sul posto troviamo già un’infermiera (del centro alzheimer) ed un'altra ambulanza (di sfigati vestiti come l’equipaggio di star trek).
La diagnosi dell’infermiera era abbastanza inquietante (almeno per Natalina, suppongo): non respira, non si muove, è fredda, è in coma ipoglicemico e fa movimenti convulsi con le braccia.
Il mio alter ego invisibile (che è molto più stronzo di me, a proposito, se lo incontrate evitatelo…) nonostante il sonno ha sufficiente spirito sarcastico da farmi notare che la diagnosi appare abbastanza contraddittoria. Ma… niente paura, abbiamo il nostro medico. Lei sì che risolverà brillantemente l’enigma del cadavere agitato. Assomiglia pure un po’ a miss Marple.
Entriamo in una cella di conservazione per quasi-cadaveri. Saluto educatamente i morti che altrettanto educatamente mi ignorano.
Natalina mi appare abbastanza serafica per essere contemporaneamente morta, in coma, in ipotermia e soggetta a movimenti convulsi con svariate parti del corpo. Ma io naturalmente non sono un infermiere. Sarà per quello che non capisco.
Comunque il nostro super medico in versione gnomo irlandese (è san Patrizio, che diamine!) decide di fare comunque una serie completa di analisi, decisa più che mai a far si che la signora Natalina si goda ancora i suoi lunghi e felici anni di allettamento nel fantastico mondo di Alzheimer.
Ecco dunque che improvvisamente si rendono necessarie: analisi del sangue (fatte e pronte per il laboratorio), elettrocardiogramma (fatto, nessuna variazione dal precedente), misurazione della pressione (110/70, ok), glicemia (86, tutto sommato ok, inoltre la puntura dell’ago ha provocato la reazione tipica di tutti i cadaveri: Natalina ha farfugliato qualcosa come “..orca ma’onna”), della frequenza cardiaca (70 bpm. una specie di atleta la signora Natalina) della saturazione (95%, forse fuma... magari quando si ricorda dove ha la bocca) e della temperatura… Oops. La signora Natalina pare proprio non avere temperatura corporea (è un difetto che in effetti tendono ad avere solo i cadaveri e gli alberi).
L’infermiera, già preoccupata dalla eccessiva normalità dei dati precedenti (che per l’appunto contraddicevano le sue teorie e la sua diagnosi di morte) si rischiara in viso e, trionfante, mostra la prova della sua competenza al medico: vede, è morta, non ha temperatura corporea. Tenta di fregarci muovendosi e farfugliando, ma noi, cavolo, noi siamo sanitari. Io sono addirittura infermiera. E così via.
La dottoressa, colpita da tanto acume e dalla indubbia logicità del ragionamento decide di fare una prova su se stessa e si infila il termometro nell’orecchio (che ci volete fare, io proporrei altri orifizi, ma loro non vogliono mai…) e… momento di suspence… 36. bassa ma indubbiamente viva.
Quindi le due menti scientifiche, sicure di essere sull’orlo di una scoperta clamorosa (un cadavere che rifiuta di seguire le regole. La luce nei loro occhi è la stessa che doveva avere il dottor Frankenstein all’apice della sua gloria), si gettano ancora una volta sopra la signora Natalina e tastandola ovunque le reinfilano il termometro in un orecchio. Ancora nessuna rilevazione. Ecco, ci siamo, l’infermiera ha un malcelato sorriso di trionfo spalmato in faccia. Avevo ragione io esclamano i suoi occhi. Qualcosa deve avere la vecchia.
Però… però… un atroce dubbio pervade la stanza.
Cavolo, Natalina è.. rosa. Cioè, non è cianotica o pallida. Inoltre a toccarla… Ecco, a toccarla sembra… non può essere… sembra… calda. Si, è proprio calda, accidenti!
Questo contraddice tutte le teorie scientifiche. L’intero mondo della medicina ne sarà sconvolto. Oppure… no, orrido dubbio.
Non sarà mica un’altra diagnosi di termometro guasto? Terribile. Veramente terribile.
La delusione è palpabile, tutti si ritirano mogi di fronte al fallimento della scienza.
Natalina è viva. Un aurea dorata scende sulla stanza e tutti abbiamo una visione mistica. Indubbiamente quelli intorno al letto che con la loro luce bloccano le tenebre che vogliono ghermire Natalina sono… si, sono proprio loro: Padre Pio, Pupo e Paperino. È bello aver recuperato la fede.
Comunque sia, l’intera vicenda ha un epilogo lieto, che mette d’accordo tutti: il medico, che si libera di ogni responsabilità, l’infermiera, che in fin dei conti aveva ragione, la sua diagnosi era azzeccata e l’equipaggio di Star trek, che sa di aver salvato un’altra vita: Natalina viene ricoverata. Diagnosi finale: termometro rotto.
Mi consola sapere che alla signora Natalina non importa. Potrebbero ricoverarla al reparto di ortofrutta della Conad e a lei non cambierebbe nulla lo stesso.

giovedì 11 marzo 2010

Bikes and Dead Dogs

L’aria calda soffia da tutte le direzioni.
Maledetto vento, Omero ci aveva avvisati. Non gli avevamo creduto.
- cos’è?
- un cane morto.
Passano 10 km senza che nessuno dei tre dica una parola. Il ronzio delle bici è continuo, basso, tranquillizzante.
- e quello?
- Un altro cane.
- Ma è diviso a metà!
- Già.
Beviamo 5 litri di liquidi a testa, lo abbiamo calcolato, eppure abbiamo sempre sete. Ogni sosta ci regala zuccheri e liquidi, spesso mischiati. Mangiamo una sola volta al giorno, la sera.
Ci sentiamo pienamente parte della strada, della gente del posto.
Maledetto vento.
Maledetto asfalto.
Il sole ci cuoce, i radi bagni ci tolgono di dosso la polvere per incrostarci di sale, e ancora andiamo. Avanti, sempre avanti. La metà è 400 km più avanti.
Istamboul. Istamboul. Istamboul.
Ritmico, come l’alzarsi e abbassarsi dei pedali ripeto il nome dentro di me. Ogni tanto lo mischio con un altro, ma è storia vecchia, incerta.
Le auto ci passano sfrecciando accanto, ci salutano suonando il clacson e ci dimostrano tutta la loro simpatia tentando di investirci, un po’ per gioco, un po’ no.
L’acqua con l’integratore sa di piscio caldo, ma è buona, ci serve. La salita è tremenda, la discesa un lampo, la bici pesa tantissimo. 60, 80 km al giorno. Ma nessun dubbio. Ci arriveremo. Sono sempre arrivato ovunque mi fossi prefisso. È un viaggio, ed io sono nato per viaggiare (la monotonia del pedalare rende megalomani ed inclini all’autoesaltazione ndr).
Lasciamo la statale e ci inoltriamo verso un apparente nulla. Solo la cartina mi rassicura su cosa c’è al di là delle colline, al di là dei campi coltivati.
In cuor nostro speriamo che non sia un’altra Yeni Foca, un'altra deviazione che ci disperde nel niente agricolo dell’asia minore, tra monti brulli, bruciati e isole sparse nel cristallo blu intenso del mare.
Il cielo si rannuvola, il vento rafforza. Qualche goccia di pioggia.
Hissarlik, manca poco. Ci siamo. Discesa, salita, ancora salita ed in cima alla via un polveroso villaggio. La mappa segna 400 abitanti. Meno di quanti ce ne siano ogni sera in un cinema da noi.
Parliamo, chiediamo informazioni, ci facciamo capire ma non capiamo. Ci mandano da Varol, lui ci ospiterà.
Una notte in casa sua ed una cena a base di riso e minestra fanno 45 lire. circa 9 euro a testa. Sono aumentati i prezzi, ci stiamo avvicinando a Istamboul.
Lasciamo le bici e a piedi ci inoltriamo nel paese. Non c’è niente. Eppure c’è tutto.
Dietro la seconda curva, Troia.
Schliemann. Ho letto i suoi diari 3 volte. Mi sembra di conoscere ogni angolo di questo posto. Ma in cento anni è cambiato tutto. L’archeologia è diventata turismo. I souvenir sostituiscono i ricordi, ma soprattutto c’è gente.
Li odio, arrivano sempre senza faticare per niente. Non sanno niente, e parlano solo di dove andare a mangiare la sera. Cazzo, io ho pedalato per 8 giorni, 400 km per arrivare fino qua, sono stato 3 giorni in mezzo al mare. Loro sono in bus. Con l’aria condizionata. Non hanno neanche idea di che odore abbia la strada (puzza, in verità). E la cosa peggiore è che sono Italiani, anche qui. Odio gli italiani. Ma almeno questi non cantano popopopo. Sono seduto su un masso, avrà 10.000 anni, ha visto Ettore morire per mano di Achille, è servito per edificare le mura più possenti del suo tempo. Loro invece guardano interessati un cazzo di cavallo di legno finto che a me pare un mio mini poni troppo cresciuto.
Guardo il mare, mi domando quanto impiegassero gli Achei a raggiungere le mura e capisco perché le donne Troiane continuassero a lavare i panni sullo Scamandro anche in pieno assedio. Sento che loro invece si domandano dove mangeranno stasera. Che schifo.
Se penso che tutti i miei amici sono così mi viene da grattarmi. In effetti mi gratto.
Il giorno dopo di buon mattino risaliamo in sella. Fa sempre un po’ male ripartire, i muscoli protestano. Tutti.
Arriviamo alla statale e riprendiamo la fila consueta.
Il ronzio sale monotono, anche se lo sguardo va oltre l’orizzonte. Oggi vedremo l’Europa al di là dei Dardanelli.
- Ehi, l’hai visto quello?
- Si.
- Era un cane morto?
- Già.
Dura la vita dei cani in Turchia.

lunedì 22 febbraio 2010

Singin’ Birds

OK, avevo promesso a me stesso che avrei aspettato a scrivere. Non avrei lanciato parole come mattoni contro le vetrine iper-moraliste dei miei affezionati lettori.
Già perché siete fantastici. O meglio fantastiche.
Il mio ultimo post ha fatto furore. L’avete letto, riletto, interpretato, riportato a voi o a lei (ha la L minuscola, quindi non confondetela con Lei, sarebbe una bestemmia.)… ci avete pensato su e…
Che carine, vi preoccupate per me!
Poi avete mi avete fatto domande velate, avete contattato i miei amici ( o lo avete fatto fare a vostra sorella, che poi è lo stesso), dando luogo a dialoghi surreali:
- Ciao sono io.
- Cia’…
- Senti ma… ti vuoi suicidare?
- Che cazzo dici? Sono le 11 di sera, no che non voglio suicidarmi… serve altro?
- C’è qualcuno che si preoccupa di te.
- Chi?
- Un sacco di persone. Mi hanno telefonato in tre.
- Fico.
- E cosa vuoi?
- Un aumento.
- Ah, bhe..
Domanda: ma voi che vi preoccupate, non siete le stesse che non mi cagano quotidianamente? Perché non dedicate i buoni propositi ad altro? Tipo la fame nel mondo, gli animali, i fighetti che giocano a calcetto(ah, già lo fate eh…). Andate affanculo, vah.
Comunque, scrivo perché oggi ho composto un Haiku.
Mi è scaturito da dentro e illustra bene ciò che penso.
Quindi chiarisco meglio tutto:
non sono depresso, sono stronzo.
Non ci credete? Ecco a voi:
se siete una delle tre cui regalo illusioni sappiate che non siete sole. Non nel senso che vi sono vicino o che c’è vita nell’universo. No, nel senso che non siete LE sole. Già, siete tre.
La parte figa è che forse lo sapete già. Quello che non sapete è che non mi frega un cazzo di nessuna delle tre.
E mi sono pure rotto di contingentare le giornate, il venerdì con la 3, il sabato con la 2, di straforo la 1. È faticoso, e neanche tanto appagante.
Purtroppo mi sono accorto che non mi piace il sesso senza amore. Non mi dice niente. Quindi voi non mi dite niente. Siete carine come canarini in gabbia e come canarini in gabbia interessanti.
Una delle tre questo fine settimana mi ha chiesto se credo nell’amore.
La risposta vale per tutte: credo anche nella scarlattina. Le ho avute tutte e due e si guarisce più facilmente dalla scarlattina. Quindi grazie, ma non mi interessa.
Come non mi interessano le paternali ed i moralismi.
Vi scandalizzate per niente. Ieri (venerdì) e oggi (sabato) vi siete girate sul letto e… Si, è una siringa usata quella sul mio comodino. Si, l’ho usata per me. No, non bastate voi a spostare la linea un po’ più là. Cosa cazzo piangete, non sapete nulla. Magari era voltaren.
Siete tutte uguali. Vi presentate a casa mia felici, portando in dono vino, dolci fatti con amore e… voi stesse, quanto di più bello posso desiderare. Peccato che non vi desideri.
La verità è che vorrei, davvero, essere innamorato di voi, di una qualsiasi. Ho anche provato. Non mi riesce.
Tradite i vostri fidanzati (due su tre), cercate in me qualcosa che non avete (sempre due su tre) e siete amanti appassionate (tre su tre…). Vi frequento da anni (una su tre), anche se con qualche pausa qua e la.
La parte peggiore è che siete pure innamorate (tre su tre, cazzo!). peggiore per voi intendo.
Infatti…
Ho deciso di destrutturare la mia vita (la spiegazione di ciò la rimando a quando sono più in vena).
Sto eliminando quello di questa vita che conduco, o meglio trascino, che non appartiene veramente a me, a quello che sono davvero. Voglio arrivare all’essenza di ciò che sono. Eliminare il superfluo, quello che non mi serve, la parte materiale, sporca, inutile di me.
Quindi vi saluto, purtroppo voi non siete ciò che cerco. Vorrei davvero che lo foste, ma non lo siete. Quindi rinuncio a voi, ad ognuna di voi.
Rinuncio ai falsi sospiri, all’attenzione morbosa (da parte vostra, sia chiaro), alle menate, alla gelosia più o meno infondata (cazzo, ma se sei fidanzata con un altro, perché sei gelosa se un’altra mi parla o mi sorride?), ai regali, alle lacrime (non mi commuovono, mai, mi irritano)., a cercare di dimostrare interesse.
Ma soprattutto, rinuncio all’ipocrisia, ad infilarmi in letti già caldi d’amore (de andré).
Rinuncio a dover far finta, ai castelli senza fondamenta, al telefono ingorgato di messaggi, quando l’unico che vorrei ricevere tanto non arriva mai lo stesso.
Addio bimbe, la chiudo qui. Con tutte e tre.
Perderò tre affezionate lettrici in un colpo solo. Creerò dolore (ops, se siete arrivate fino qua, probabilmente l’ho già fatto). Ma sarà l’ultima volta, parola di Boy Scout.
E l’haiku?
Eccolo qua:

gli uccellini, oramai, cantano
solo per rallegrare
loro stessi.

Per QVD: sono le 3.01 di sabato (domenica) 21 febbraio 2010. Ascolto vecchi album dei Modena.
Questo post lo pubblicherò lunedì, verso l’una di pomeriggio. Non so che ora apparirà sul post. No, non ho internet a casa.
Non ho voglia di prendere il dizionario e tradurtelo in latino, i tuoi lunghi anni in seminario ti hanno reso più aduso di me a comporre nella lingua di Orazio.

mercoledì 30 dicembre 2009

Nightmares after Christmas


03.49 antimeridiane dell’antivigilia del nuovo anno. Appena due ore di sonno e poi i miei incubi mi hanno già destato.
Il problema è che da sveglio è peggio, la realtà di questi due giorni appena passati è molto, molto peggiore.
Cosa è successo? Non è importante, ma nell’ordine sparso in cui mi hanno colpito gli eventi sono così riassumibili: ho capito cosa ha provato un caro amico più di un anno fa, ho decifrato oggi la sua smorfia, silenziosa, di dolore interiore. Non un’illuminazione improvvisa, semplicemente oggi è toccato a me; ho verificato che i miei tre assiomi sulle donne sono veri tutti e tre, in particolare i primi due; ho avuto bisogno di chi non c’era/non voleva esserci. Nonostante io a suo tempo per lei ci fossi stato ed infine che I sogni mi dicono sempre qualcosa, non vanno mai ignorati. Ho capito oggi perché allora sognavo lei, ossessivamente, notte dopo notte. Pregavo che smettesse. In realtà stavano dicendomi qualcosa che ero troppo sordo per ascoltare e troppo cieco per capire.
E ora sono sveglio. Oltretutto.
Quando più avrei bisogno di dormire, meno ci riesco.
Non esistono le coincidenze, mai. Se una data cosa accade c’è sempre un perché. Anche in relazione al momento in cui questa si verifica.
Cavolo sta già facendo effetto. Le parole iniziano a confondersi sulla mia tastiera. Speriamo di riuscire ad arrivare in fondo e a dire quello che vorrei dire.
Dunque. Innanzitutto vorrei dire a D.Z. (a D.Z. di un anno fa, quello di oggi è sparito. Ed ha fatto bene…) che gli sono vicino. Quello che è successo a noi è la brutta copia di uno scherzo amaro. Qualcosa che accade e che non possiamo impedire. Come la pioggia, ma meno pulita. Ma non è vero quello che fu detto allora. Non è colpa di chi scegli. Puoi scegliere chi vuoi, finirà comunque in merda.
Poi vorrei sottolineare come l’assioma sulle donne nr. 2 sia più che vero. Non può esistere l’amicizia tra uomo e donna. E non solo perché a noi non interessa o perché comunque vogliamo venire a letto con voi, anche se siete nostre amiche.. ma anche, soprattutto, Perché quando noi abbiamo bisogno di voi, quando abbiamo bisogno di pralare con voi, di chiederiv come funzionano le cose, di parlare con qualcuno con un altro punto di vista o, semplicente, di parlare ccon qualcuno perché stasera non è proprio il caso di stare da soli da nessuna parte… bhé non ci siete. Andtae in culo.
Però. Però pretendete che noi ci si sia quando a voi si spezza un’unghia, il vostro ragazzo vi lascia e voi piangete, avete problemi di vita ecc. è la prima volta che aver ragione su qualcosa mi crea tanta tristezta.
È fantastico ora. Tutto pare avvolto nl ovattta è come se guardassi la mia anima dalla lto posso guardare quello che ho dentro senza sertitlo. Sti sorridendo ora.
Da qualche oarte ho ritrivarìììo le ultime due fiael . le avevo nnascoster o oerrse. Domani fovrò riniziare a frequentare i malati terminale per verne latra.
Ma ora, cazzo quanto è belka la fdroga.., dormo.

lunedì 7 dicembre 2009

New Years


Stasera ho avuto una Grande Rivelazione PreNatalizia:
Sono in ritardo di dieci anni con me stesso.
Dieci anni precisi.
Per me dovrebbe essere il 1999, con tutte le aspettative che allora si portava dietro. La mia mente inizia solo ora a preoccuparsi di cose come il millenium bug, la fine della sinistra italiana e la necessità di scrivere gli anni con un 2 all’inizio e due zeri in mezzo…
Non è che sia rimasto indietro. Mi sono solo distratto qua e là.
Ascolto musica di dieci anni fa (Pearl Jam, in questo istante) e, non scherzo, avrei voglia di andare al Cencio’s con gli altri.
Se non fosse che il Cencio’s neppure so se esiste ancora e gli altri sono, in ordine sparso, sposati, convivono, hanno figli, sono morti o non so che fine hanno fatto.
Un tempo ero avanti agli altri. A tutti.
Sono stato il primo ad andare via di casa e abitare per conto mio (1999, ancora), a smettere di girare l’europa in treno per mete più esotiche (1999, perù e bolivia), a riuscire a mettermi insieme ad una persona davvero importante, su base stabile (1999, ancora).
Il primo ad avere un lavoro regolare (che non fosse cioè servire ai tavoli pagato a nero, spacciare agli amici roba di merda con un ricarico del 20% o derubare i miei genitori di nascosto…), a lasciare (rectius trovare il modo di farmi buttare fuori) dagli scout, grande calderone social affettivo entro cui quasi tutti al tempo crescevamo le nostre amicizie e, soprattutto, esperienze sessuali. Non importa che vi dica che anno era, vero?
Cavolo, gente, qua è cambiato tutto e io no.
In questi dieci anni non sono avanzato di un passo in nessuna direzione.
Non ho un lavoro decente (ne ho due del cazzo, a nero, e sono sfruttato in entrambi), guadagno meno di una cassiera del Carrefour, sono ancora soggetto alla schiavitù aberrante degli esami, dove qualcuno che non conosco giudicherà se sono degno o meno di ottenere il voto sufficiente per andare avanti nella vita sulla base della mia calligrafia/memoria/fortuna. E dio solo sa se non faccio schifo in tutte e tre le categorie.
Però sono bravo a parlare. Come dieci anni fa.
Non ho una relazione fissa né alcuna prospettiva che questa si affacci alla mia porta a breve, i miei interessi sono più o meno gli stessi, non voto da un sacco di tempo (inutile, nel 1999 non ci furono elezioni, non ci provate) e continuo a cambiare amicizie e compagnie ogni due giorni.
In compenso reggo meno l’alcol e non mi diverto più a vedere l’alba ogni fine settimana quasi volessi controllare che sia sempre la stessa.
Sono come sospeso in alto, con una vista eccezionale sugli ultimi/prossimi dieci anni. Chiedetemi qualsiasi cosa, le so tutte.
Prendiamo il mondo per esempio:
Non credo che Clinton sia un buon presidente per gli USA, ma purtroppo so che chi verrà dopo sarà anche peggio.
Israele resterà Israele (e qui nessuno ci scommetterebbe molto in verità), un mucchio di sabbia abitato da stronzi razzisti e beduini ignoranti che si odiano.
Saddam Hussein farà il fico per un po’ e poi sarà impiccato (ma non chiedetemi perché, non l’ha capito ancora nessuno), in Russia continuerà a comandare Putin, ma con nomi diversi, in Inghilterra non comanderà nessuno, in Francia una zoccola di origini italiane con un bel culo (e basta).
Ci saranno tre guerre identiche (oops, due, la terza deve restare segreta ancora per un po’).
Finalmente un papa con l’Alzheimer ci rivelerà il 3° segreto di Fatima. Ma sarà una cagata incredibile, come i mondiali del 2002 (quelli del 2006 invece…)
In italia, cazzo, nei prossimi dieci anni aumenterà il prezzo di ogni cosa grazie alla furbata di scambiare le banconote con su artisti ed inventori per delle cose psichedeliche (gialle, vi rendete conto che ci daranno 400.000 lire colorate di giallo?) in cui nessuno capisce cosa ci sia raffigurato (ponti? Porte? Simboli massonici occulti?).
la politica invece rimarrà sempre uguale: Berlusconi contro tutti.
Noioso, inoltre tutti invecchieranno. Lui no, è eterno come il bambino sulle confezioni dei Kinder Ferrero (ah, cambierà anche lui e quello nuovo sembrerà ancora più anni settanta di quello vecchio, un po’ come le canzoni dei rolling stones).
A proposito, De andrè morirà a giorni, ma baglioni, morandi, albano, renato zero e irene grandi no, purtroppo.
Nei prossimi dieci anni andare al cinema vorrà dire infilarsi in macchina e dover decidere già a Capezzana se andare a destra o a sinistra. E sarà una decisione difficile. Farsi un paio di km di coda per trovare parcheggio, infilarsi in un ambiente che ricorda un bordello arredato come un asilo nido (o viceversa), pagare 4.000 lire mezzo litro d’acqua (cavolo, ma dal prete ci prendo una margherita con quattromila lire…) e diligentemente avviarsi verso una delle miriadi di sale tutte uguali, stando attento a non sbagliare posto che, se no, non torna un cazzo e la gente si sfava.
Cristall, Excelsior, Astra sono nomi che dovrebbero ricordarci qualcosa ma nessuno si ricorda cosa.
Le nostre case saranno tutte, invariabilmente, arredate dallo stesso gruppo di svedesi ubriachi, che faranno delle cose dal design assurdo e, a volte, bello un sacco.
La televisione farà davvero cacare nei prossimi dieci anni, ma i peggio restiamo noi, che la guardiamo.
E io? Io cambierò fede politica, perderò un sacco di occasioni, vedrò qualche altro pezzo di mondo sparso qua e la.
Da un punto di vista affettivo perderò più di quanto guadagnerò e, comunque, tornerò sempre al punto di partenza.
Guadagnerò un foglio di carta e scoprirò che non serve a un cazzo, tanto nel frattempo grazie alla riforma dell’università saranno dottori tutti, anche chi in tre anni impara solo a pulire il culo ai vecchi allettati.
Cambierò tre case, farò due traslochi, perderò un accappatoio, una tenda, un padre, tre gatti, la fiducia negli altri. Mi ruberanno un orologio, lo stereo, una macchina (che poi ritroveranno). In compenso non forerò la bicicletta neppure una volta.
Cavolo che anni assurdi saranno stati anche per me. Sarà bene preparami
Ah, sarà il caso che faccia l’abbonamento a Internet. Dicono che mi servirà, nei prossimi dieci anni.

giovedì 26 novembre 2009

Long Nights


Ultimamente i ricordi della mia infanzia affollano la mia mente.
Cercano di emergere, richiamati da sensazioni, odori e suoni dimenticati che all’improvviso, si riaffacciano.
Quest’oggi è toccato alla mia prima avventura in tenda.
Risale a quando avevo 11 anni ed ero un ragazzino curioso e rompipalle, pieno di idee strane, con la fissa di voler scrivere un libro di avventura, il cui protagonista era, invariabilmente, un cavaliere-bambino eroico ed intrepido che, guarda strano, nelle mie fantasie mi rassomigliava in modo sospetto.
Comunque a quei tempi condividevo le mie avventure con David L. che aveva idee assolutamente opposte alle mie riguardo a cosa significasse la parola avventura. Per lui erano astronavi e buchi neri. Ovviamente era impossibile conciliare le due esigenze e le liti erano frequenti. Ora che ci penso è stato lui ad insegnarmi i rudimenti del combattimento infantile, fatto di colpi scorrettissimi che farebbero arrossire Mike Tyson.
Anche lui, naturalmente, voleva scrivere un libro, ma siccome gli sembrava poca cosa, lo voleva fare in inglese. Era ambientato sotto i mari e non è mai andato oltre la seconda frase.
In ogni caso con lui ho diviso gran parte della mia infanzia, fino a quando i suoi non lo hanno portato con loro a vivere in spagna.
Anch’egli è rimasto fermo, nella mia mente, ai 13/14 anni.
Comunque sia un pomeriggio di settembre decidemmo che quel fine settimana avremmo preso la tenda ed avremmo esplorato i monti di Bacchereto.
Ci armammo al meglio che il nostro senso pratico ci suggeriva e partimmo (ancora oggi mi domando a cosa pensassero i nostri genitori quando ci lasciarono andare… forse volevano sbarazzarsi di noi…).
Mentre percorrevamo i campi, un po’ a casaccio per la verità, discutevamo sulle speranze di uscire vivi da un buco nero, dell’opportunità di tracciare una mappa del nostro cammino, se fosse meglio il verso del lupo o quello del coyote (!) quale segnale di pericolo per allertare l’altro ecc. ecc.
Intanto risalivamo le vigne che circondano la strada che da Seano porta a Bacchereto ma siccome era piovuto, facevamo una fatica boia a fare ogni passo. Oltretutto gli zaini non erano precisamente fatti ad arte.
Quindi una volta arrivati in cima decidemmo che quello era il posto ideale per fermarci prima che facesse buio.
Scegliemmo quindi un luogo che era pianeggiante esattamente come uno scivolo ed iniziammo a montare la tenda.
Anche qui avevamo idee molto diverse, io e David, su come dovesse essere inteso il concetto.
Io suggerivo il modello militare, lui il tepee indiano. Alla fine qualcosa venne fuori, visto che ne eravamo orgogliosi.
Quindi ci accingemmo a preparare il fuoco. Sperimentammo il sistema della carta. Ma questa bruciò in men che non si dica.
Allora toccò a legni e legnetti. Che naturalmente non volevano saperne di accendersi.
Decidemmo che l’olio d’oliva era un combustibile e irrorammo gli stessi legnetti. Nessun risultato. Anzi.
Delusi e scontenti frugammo tra gli zaini e… trovammo della diavolina. Evidentemente i nostri genitori volevano sbarazzarsi di noi, ma non subito…
Risolto quel problema iniziammo a non cucinare la roba che ci eravamo portati.
Gli spiedini di salsiccia e formaggino divennero un intruglio impraticabile. Lo stesso dicasi per le patate crude col ketchup. I wurstel con la sottiletta avvolta risolsero il problema insieme ad un quintale di cioccolata.
Intanto l’oscurità scendeva lenta e dolce, come si addice alla fine di settembre. Da dove eravamo noi si vedeva tutta la piana, le luci di Prato, di Firenze e di Pistoia. Nel cielo le stelle. Luna non ce n’era e la notte divenne subito scurissima.
Pertanto discutemmo animatamente su chi dovesse andare a cercare legna (ne avevamo presa pochina…) e chi l’acqua (idem). Non riuscendo ad accordarci (nessuna delle due prospettive pareva particolarmente invitante…), decidemmo che non era saggio lasciare l’accampamento mentre si era in territorio indiano.
Quindi iniziammo a discutere su chi dovesse fare il primo turno di guardia e chi l’ultimo. Entrambi volevamo fare il primo. Finì che facemmo insieme una mezz’oretta di guardia insieme, per sicurezza.
Passammo quindi in rassegna l’armamentario di cui disponevamo. Io avevo il mio coltellino. Ben 5 cm di terrore puro, una lama così affilata da non poterci tagliare neppure il pane. Era nero e ne ero orgoglioso. David aveva la fionda (ehi, solo oggi mi rendo conto del paragone biblico. Fantastico…). Inoltre avevamo 3 petardi con cui avremmo debellato chiunque avesse osato attaccarci.
Al momento di andare a letto tuttavia dal sacco a pelo di David spuntò… un orsacchiotto.
Lui spergiurò che non era suo e che non sapeva come fosse finito lì. Anzi, mi disse che l’avevo messo li io per umiliarlo.
Ma non reggeva e se ne accorse anche lui. Io intanto pensavo che era una fortuna che avessi nascosto Boby nello zaino invece che nel sacco a pelo…
La notte si accingeva a scorrere tranquilla tranne che per i terrificanti rumori che provenivano dall’esterno, quando penso a come mi sono familiari oggi non posso fare a meno di sorridere, ma allora…
Fruscii, scricchiolii, animali paurosi e cattivissimi aspettavano la’ fuori, in agguato. E poi iniziò a lampeggiare in maniera terrificante. I tuoni lontani ci mettevano ansia, la presenza dell’altro ci obbligava ad essere saldi…
E all’improvviso, mentre eravamo intenti a stringerci intorno alla torcia elettrica accesa ecco che da fuori proviene un rumore di unghie che grattavano sulla terra… un raspare ansimante. Qualcosa stava girando intorno alla tenda.
Poi tutto si calmò.
Fino al momento in cui una figura enorme non entrò nella tenda d’un balzo.
Lo stesso balzo che portò noi a correre fuori urlando ed inciampando nei sacchi a pelo.
Corremmo giù dalla collina con quanto fiato avevamo in corpo inseguiti da quel mostruoso essere peloso che… scodinzolava.
Era un bellissimo cane lupo nero. Si chiamava Dark, ma questo lo scoprimmo solo dopo.
Quando riprendemmo fiato eravamo giù dalla collina e Dark ci saltellava intorno.
Poi si mise ad andare avanti ed indietro, come a volerci indicare una strada sterrata che partiva più avanti.
La seguimmo, per un po’ e giungemmo ad un casolare, una luce brillava alla porta e noi, visto che Dark saltellava tutto contento proprio li, bussammo.
Dopo tre o quattro colpi la porta si aprì ed uno strano individuo con la barba si affacciò.
Non sembrava particolarmente stupito di vederci li. Ci chiese chi eravamo. “Esploratori” dissi io, “in missione” aggiunse David. “esploratori in missione” confermammo d’un fiato.
Il tipo ci fece accomodare, come se fosse del tutto normale per lui ricevere la visita di due esploratori di undici anni, in pigiama, nel cuore della notte.
Ci offrì del latte caldo ed iniziammo a raccontargli chi eravamo.
Ci disse che non aveva il telefono, quindi non avrebbe potuto chiamare i nostri genitori, ma che potevamo stare lì quanto volevamo.
Poi ci portò in soffitta, era un casolare molto vecchio e molto grande, e ci fece vedere cosa stava facendo.
Stava guardando le stelle con un telescopio.
Il resto della notte scivolò via ed io imparai a riconoscere Orione, Cassiopea, Venere, le orse, la stella polare e tante altre stelle, i cui nomi mi affascinavano e mi attiravano.
Eravamo li, nel cuore della notte, in una casa sconosciuta nel bosco, io, David, Bartolo, così si chiamava il tizio delle stelle, ed un cane.
Intorno a noi la notte si fece amica.

mercoledì 18 novembre 2009

every night

Ogni notte
prima di dormire
Prego di non sognarti
ma raramente il Signore
mi ascolta
E allora
mi sveglio
nel buio
e il ricordo di
Te
mi brucia l'Anima