domenica 10 marzo 2019
Drifting Away
lunedì 3 settembre 2018
Varanasi- waiting to die
sabato 21 luglio 2012
Ex Se
venerdì 29 luglio 2011
Warm Rain
in un attimo ti fradicia fino alle ossa, ti soffoca di umidita' e smorza i suoni ed i rumori.
se non fosse che qui anche solo camminare e' rischioso sarebbe piacevole lasciarsi bagnare in mezzo alla strada. invece dovremmo fare piu' attenzione.
naturalmente alla fine facciamo proprio cosi', lasciamo perdere e camminiamo.
poi, all'improvviso come e' iniziato, finisce. e ti lascia un po' stordito e boccheggiante, tentando di prendere fiato nel calore umido che sale ovunque.
pero', in mezzo al monsone ho trovato anche un fiore. ed e' stata una splendida serata di parole e scambio.
Il viaggio continua sempre, l'indomani.
venerdì 8 luglio 2011
Il Vento Caldo
Mi sembra di essermi addormentato da appena cinque minuti quando un vento caldo entra dalla finestra spalancata, muove le tende, bianche come esotiche vele, e mi sveglia.
Mi ritrovo perfettamente lucido a guardare il buio che disegna volute d’ombra profonda sul soffitto, negli angoli. Da qualche parte, irraggiungibili come satelliti, i miei cuscini. Sto fermo e ascolto il silenzio.
Poi mi scuoto, guardo l’ora. È notte alta. Vorrei essere fuori, seguire per un po’ il richiamo che il vento caldo mi ha portato e che mi ha destato. Ho dormito per neanche due ore. Stavo sognando. Di solito ricordo sempre i miei sogni. Questa volta no. Spero tanto che non fosse ancora lei.
Odio quando sogno lei. Può raggiungermi solo lì, quando allento il controllo. Probabilmente dovrei semplicemente smettere di dormire per qualche mese e, dopo un po’, lei sparirebbe. Per sempre, spero.
In un attimo mi rendo conto che invece lo sto proprio facendo. Sto pensando a lei. Da sveglio. Mi scuoto e allontano la mente da luoghi troppo pericolosi. Allora penso all’India.
Quest’estate, anzi, tra poco più di un paio di settimane, partirò per il viaggio più fantastico, lungo , pericoloso e meraviglioso che abbia mai fatto.
È talmente vasto, lungo, alieno che neppure so bene cosa pensare, immaginare, fantasticare.
Un mese in india. Passando dal Rajasthan, il Punjab, il Kashmir, scendendo lungo il Gange, fino a Calcutta. Poi il deserto, i monti, i fiumi immensi, la gente, i templi e il Nepal, Kathmandu. Che nome fantastico, Kathmandu. Forse sarà un problema arrivare in Nepal. Attraverserò la frontiera in qualche modo, ancora non so come, ancora non so neppure se il visto sul passaporto mi permetterà di rientrare in India o mi condannerà a vagare per i monti più alti del mondo. Non conosco nessuno che sia mai stato in Nepal, a parte due ragazzi belga conosciuti ad Istanbul due anni fa. Ma loro stavano andandoci. Non so se ci sono mai arrivati.
Inizio a pensare a cosa mettere nello zaino. Ogni volta che parto di nuovo metto meno cose. Ogni volta che parto è come se ci fosse meno R. da vestire, nutrire e trascinare avanti. L’ultima volta avevo solo 4 magliette e due paia di pantaloncini. Stavolta porterò solo i miei sandali. Forse anche un paio di scarpe. Voglio anche una camicia. Ma poco altro. Certo avrò con me il mio poncho di lana ed il mio cappello. Ma non porterò il giubbotto. Né il sacco a pelo. Tanto dovrò dormire comunque dove capita. Posso farlo senza nulla.
Porterò qualche libro. Sicuramente J. Conrad, che è il libro che mi porto dietro in ogni viaggio, perché lo leggo solo in viaggio. Sono dieci anni che me lo porto dietro. È il libro cui sono più affezionato. Poi porterò un libro di Kipling, che ho comprato usato su una bancarella. Dentro ci sono tutte le opere meno conosciute. Tra queste c’è Kim. Mi sembra appropriato. Sono indeciso sull’ultimo libro. Forse potrei rileggere la città della gioia. Ma è scontato e l’ho già letto 3 volte. Rimangono in lizza le poesie di Rimbaud, il libro sull’Asia di Terzani e un libro di antropologia di Diamond. Ma anche una storia dell’Islam nell’asia centrale. Oppure un saggio di Chomsky sulla decadenza. Rimando la scelta.
Sicuramente porterò il mio vecchio quaderno di viaggio. È rilegato in cuoio, fatto da me. Un’antica medaglietta d’argento con i cento nomi di Allah è cucita ai lacci che lo chiudono. Infilati tra questi ci sono dei pennelli, un paio di matite, una penna. Dentro ci sono tutti i pensieri, le storie, i disegni dei miei viaggi precedenti. Io sono lì dentro. E ora penso a quali storie, quali volti, si saranno aggiunte al mio ritorno. Quante nuove pagine avrò riempito a settembre? Avrò altri disegni ad acquerello a ricordarmi le sensazioni ed i luoghi, qualche nuovo biglietto di treno a segnare una pagina, qualche indirizzo, nomi di ragazze che non vedrò più ma di cui sarò stato perdutamente innamorato per una notte appena.
Penso a come viaggerò. Come al solito sarà su treni e autobus fetentissimi, quelli con la gente sopra il tetto che sembrano avanzare lenti come ghiacciai, oppure a piedi, chiedendo passaggi qua e là. dormirò nei posti più squallidi, contrattando fino all’ultimo centesimo per ogni notte. Assaggerò cibi dai sapori indescrivibili, che però mi resteranno anni dietro il palato, ricordi fatti di semi di cumino, farina di manioca e spezie.
So anche che una volta partito mi lascerò indietro tutto. Niente responsabilità, niente preoccupazioni. Niente ricordi. Solo io, il mio zaino e il mio compagno di viaggio. non vedo l'ora di lasciare tutto questo schifo.
Nella mia mente le immagini, i filmati che ho visto, le cose che ho letto su quei posti si mescolano incoerenti con i ricordi che ancora devo avere. Mi vedo a cavallo di un cammello mentre attraverso il deserto del Tahir verso Birkaner e Jaisalmer, e anche se ancora non ho mai montato un cammello, ne sento già la puzza. Mi vedo arrampicarmi sui monti del Kashmir a bordo di un autobus sobbalzante, cercando di non pensare che ogni curva a strapiombo sul nulla potrebbe essere rettificata dall’autista ubriaco. Mi vedo seduto nel tempio dei ratti, dove chiederemo ospitalità per la notte. E poi ancora dentro vecchie rovine abbandonate, in moschee piene di brusii. E ancora, mentre mi immergo nel gange, accanto alle pire funebri che bruciano incessantemente ammorbando l’aria del puzzo dei cadaveri che ascendono al cielo.
Ma poi, quasi stanco di tutti questi posti che ancora devo vedere, la mia mente si aggrappa ad un’ultima immagine. Sono solo, di sera, seduto sul tetto di un treno che corre attraverso un paesaggio fatto di pianure sconosciute, con alberi fitti in lontananza e le stelle che si affacciano in alto. Sono finalmente tranquillo. Precariamente aggrappato con fatalistica noncuranza a qualcosa che mi porta lontano e mi solleva l’anima. Mentre sono lì, mi raggiunge ancora una folata di quel vento caldo che soffia da Jaipur, la città delle case azzurre, e che smuove le mie tende, mentre seduto sul tetto del treno, viaggio verso l’orizzonte. Un passo avanti a tutto.
domenica 19 giugno 2011
Mille grù di carta.
Un giorno di tarda primavera, un anno indefinito di quando andavo alle elementari, Andreas venne a trovare la mia famiglia.
Andreas era, anzi probabilmente, da qualche parte, è ancora, un ragazzo tedesco che girava l’italia in vespa. Proprio così, un vespino bianco, scarburato, che quando arrivò a casa nostra lo si iniziò a sentire dal fondo della strada.
Un po’ come quando arrivano i temporali. D’estate.
Senti i tuoni che brontolano e rotolano sulle montagne. Il vento, prima caldo, che ti soffia fresco addosso e poi l’odore della pioggia. Lo senti da lontano. Senti che qualcosa è cambiato. Di solito quando è troppo tardi.
Quei giorni che si fermò a casa nostra io lo seguii dappertutto. Mentre scriveva lettere che non sapevo leggere, mentre trafficava con la vespa. Mentre andava a fare la spesa ed io tentavo di spiegargli la differenza tra la passata di pomodoro e i pelati. Aveva persino problemi a distinguere tra olio extravergine e l’olio per friggere. Però ad entrambi ci piaceva una bevanda assurda degli anni ottanta, che si chiamava la uanouan. Ora neppure mi ricordo che sapore avesse. Ma al tempo ne andavo matto. Anche Andreas. Ma immagino che nessuno dei due fosse troppo normale.
Andreas parlava solo tedesco ed io al tempo, avevo già dimenticato quella lingua. Lui mi parlava, io annuivo. Ci guardavamo e nessuno capiva un cazzo. Una relazione tutto sommato soddisfacente.
Una volta, dopo che avevamo giocato ad un gioco la cui unica regola era tirare pallonate fortissime contro la porta dei garage, Andreas iniziò a fare delle piccole gru di carta. Sapete, quei piccoli origami a forma di cigno che però non sono cigni. sono grù.
Le piegava partendo dai miei fogli di quadernone (con le righe di quarta). Poi le lanciavamo dal balcone. Alcune volavano. Altre precipitavano. Mentre cadevano Andreas mi disse “kennst du, klein arschlock? Sie sind unsere Traumen. Wenn sie fliegen aus, sie eintreffen werden. Wenn sie fallen, sie treffen nicht ein.” Poi prese l’ultima e me la dette. “das ist fur dir, gute leben”.
Io naturalmente portai a scuola la grù di carta. A ricreazione iniziai a farla volare. Cavolo, quella volava proprio bene. Almeno finché non atterrò sul banco di Gianluca. Un pallone gonfiato di classe mia, cui non stavo simpatico e che, francamente, consideravo una specie di semianalfabeta montato.
Naturalmente iniziò a dire che ne avrebbe fatta una migliore. Che avrebbe volato meglio e più a lungo (lui però si esprimeva usando il presente e l’imperfetto, di più non era capace… quindi le se voleva esprimere un concetto complesso suonava un po’ tipo “io ne faccio una che volerebbe dove solo gli uccelli volavano che la tua gli farebbe una sega e a te ti sputazzo”).
Comunque provò e, naturalmente non ci riuscì. Io da parte mia non ero assolutamente capace di piegare la carta e ottenere animali in grado di volare. Per me era una specie di magia e Andreas un mago.
Gianluca provò un paio di volte, senza permettermi di riprende la mia grù. Poi disse che doveva guardare come era piegata dentro. Inizio a tirare la grù per la coda e per il collo.
Ora, le grù di carta, se vengono tirate protestano pigolando in modo straziante e spiegano le ali più che possono per cercare di scappare. Così fece anche la mia, mentre io imploravo Gianluca di smettere e di restituirmi la grù. Lui mi guardò, sorrise come un imbecille. E strappo a metà la grù. La guardò e ridacchiando mi lanciò i pezzi. “io l’aveva detto che non funzionasse”.
Mi incazzai, ma contro gli stupidi non c’è mai lotta, vincono sempre loro. Se vogliono qualcosa o l’ottengono o la distruggono, altro non son buoni a fare.
Peccato per la mia grù. A me piaceva, ci tenevo tantissimo. Era una cosa bellissima. Volava e avrebbe portato i miei sogni lontano. Era qualcosa che io non sapevo fare, ma che qualcuno aveva fatto per me.
E magari, pensai, avrebbe potuto rifarla.
Per tornare a casa corsi, io avevo un sacco di fogli di quadernone (con le righe di quarta). Andreas mi avrebbe fatto mille grù di carta. E avrebbero volato tutte!
Invece, quando arrivai a casa, non c’era più Andreas. né la vespa bianca. Erano partiti. E io non sapevo fare le grù di carta e i miei sogni non si sarebbero più avverati. Mi misi a piangere, a quel tempo ancora mi riusciva.
Quella fu la prima volta che pensai che è proprio da stupidi distruggere qualcosa che poi non si è in grado di costruire.
Anche oggi non ho più una grù di carta in grado di volare. Non ho neppure più un quadernone (con le righe di quarta).
Che cavallo! (qualsiasi cosa voglia dire, con la risata stupida che segue sempre).
