giovedì 31 marzo 2011

People I Met


La verità è che parlo con un sacco di persone assurde. Da sempre.

o meglio, le ascolto. Mi interessa la loro vita. Se intorno a me c’è qualcuno un po’ strano, svitato o non del tutto centrato, state sicuri che nel giro di cinque minuti avrà attaccato bottone con me. La cosa singolare è che io, che di solito odio parlare o socializzare con la gente, con loro parlo (o meglio, ascolto) per ore e ore. O a volte minuti. Ma non è questo il punto. il punto sono le loro storie.

Prendiamo Hector, ad esempio. Hector vive, anzi, probabilmente viveva, a Miami. L’ho conosciuto su un autobus. Ho anche una foto con lui. Da qualche parte. Hector si è seduto accanto a me, c’erano altri posti liberi, anzi, il mio era ingombro dai bagagli visto che stavo andando all’aeroporto per tornare a casa. Ha iniziato a raccontarmi della sua vita. Aveva 80 anni. Viveva a Miami dal 1954, quando era scappato da cuba per sfuggire ai castristi. E aveva una targhetta legata al polso. Mi ha spiegato che lì sopra c’era scritto chi era, perché lui, mi disse tutto serio, aveva vissuto troppo e a volte lo dimenticava. Immaginava di essere qualcun altro e credeva di vivere la vita di quest’altro. Cosa che evidentemente non era giusto fare. E quindi sua figlia gli ha dato la targhetta.

In questo modo, diceva, quando non sapeva di essere Hector, la leggeva e si ricordava di essere Hector. Però, mi disse, sulla targhetta era scritto solo chi era Hector. Non cosa era Hector. Allora doveva ricordare quello che Hector aveva fatto, le persone che aveva conosciuto, i luoghi dove era stato, le cose che aveva vissuto. Solo che siccome aveva vissuto troppo, alla fine finiva che si scordava nuovamente di alcune cose, tipo dove stava andando o perché ci stesse andando.

Hector aveva la voce di Hugo Pratt che racconta Corto Maltese.

Mi chiese se anch’io avessi una targhetta. - Si, risposi, ce l’ho. E gli feci vedere il mio zaino. Sopra c’era la targhetta della compagnia aerea con il mio nome e il mio indirizzo.

Ne fu estasiato. Volle sapere chi fossi e dove stessi andando, cosa avevo visto e quante persone avessi conosciuto nella mia vita. Ogni tanto per la verità mi interrompeva per chiedermi se conoscevo sua figlia o se anch’io abitavo nel suo quartiere. Parlammo per tre quarti d’ora, perché era un viaggio piuttosto lungo. Mi dette il suo giornale. Era estremamente gualcito, mi disse che era un ricordo che potevo portarmi a casa per far vedere che avevo conosciuto Hector, che aveva una targhetta come la mia. Almeno, mi disse, quando ti perdi puoi leggere che giorno è e ricordarti dove stai andando. Guardai la data sul giornale, era di tre giorni prima. Hector sorrideva sempre e puzzava. Decisamente. Mi iniziai a chiedere se avrei dovuto fare qualcosa per lui, tipo parlare all’autista o a qualcuno intorno a me. Ma in realtà non sapevo neppure dove fosse il quartiere di Hector, magari era sull’autobus giusto. Gli chiesi se stava tornando a casa. “sometimes” mi rispose. Continuava a guardare la mia targhetta con aria felice. Non siamo in molti ad avere una targhetta. Quando ci incontriamo siamo felici.

John Smith l’ho conosciuto ad Hombori, che è l’ultimo posto prima del deserto. Da Hombori in due giorni di piste e strade dissestate arrivi a Timbuctu. Ad Hombori non c’è un cazzo se non una roccia gigantesca a forma di mano ed un Auberge fatto in un vecchio fortino della legione straniera. John Smith stava li, l’unico bianco in un paese di neri. Stava li perché lo avevano dimenticato.

Quando arrivai era sera, e lui ascoltava musica rock anni ‘70 da un vecchio mangianastri a pile, in mezzo al cortile del fortino. Beveva birra. Quando mi vide, sporco e lacero, mi invitò a sedermi accanto a lui. Mi accomodai sulla sedia di plastica bianca e mi allungò una birra da 66. Era calda e non era un granché, ma a lui non importava. Intorno aveva diverse bottiglie vuote e altrettante ancora chiuse. La serata sarebbe stata lunga, pensai.

Nell’africa equatoriale la notte arriva all’improvviso. Da un momento all’altro. Niente tramonti lunghi e struggenti. No, un momento prima ci vedi, il momento dopo è buio e le stelle ti assalgono a moltitudini. Come le zanzare. Io a John Smith non avevo chiesto nulla. Ma lui voleva raccontarmi lo stesso. Parlava Afrikaans, che è il dialetto dei Boeri. Mi disse che veniva dalla Rhodesia (che è un posto che non esiste più dagli anni ‘60). Che lui è, anzi, era, ispettore minerario per un compagnia sud africana. Era stato mandato in Mali per cercare oro e diamanti. Doveva ispezionare quei posti, cercare vecchie miniere, tracce d’oro o di gemme. Ma l’avevano dimenticato laggiù. Come dimenticato, chiesi io. - Semplice mi disse. Io sto qua e da anni nessuno mi cerca più. Si limitano a mandarmi lo stipendio. Accredito automatico, credo. Sul mio conto.

- La multinazionale è grande, mi spiegò. E mi hanno dimenticato. Io ora sto qua, nel deserto, con loro aggiunse, indicando col mento il gruppo di giovani ragazze, poco più che bambine, che stavano intorno a lui. Prese un bon-bon (così da quelle parti chiamano qualsiasi tipo di dolcetto, dalla caramella al marsh-mellow) e lo porse ad una ragazzina che non aveva neppure 13 anni. Seminuda. Lei lo prese con la bocca direttamente dalle sue dita, come un animale da compagnia. O forse era solo un gesto d’affetto.

Gli dissi che andavo a letto, avevo la febbre, dissi. Forse era malaria. Lui mi guardò e disse di non preoccuparmi, avevo bevuto la sua birra. Lui la beveva da quando era qua. Era la sua profilassi. Funzionava. Funzionò anche per me. Ma quella notte successero altre cose. Ne ho già scritto in un altro racconto che pochi hanno letto. non mi ripeterò.

La mattina dopo, quando ripartii, all’alba, John Smith non si vedeva da nessuna parte. Non mi importò granché, John Smith, che in inglese è come dire nessuno, non mi piaceva. L’importante è che non ero più lì.

Yussuf l’ho incontrato due estati fa, in Turchia a Pergamo.

Eravamo appena arrivati, eravamo stanchi, accaldati. Girare la Turchia in bicicletta iniziava ad apparirci come un’idea non troppo brillante. È sempre così in viaggio, quando la fatica ti rende incline alla disperazione e ti domandi chi te lo ha fatto fare. il fatto è che oramai sei lì, e tanto vale andare avanti. Non me ne sono mai pentito.

Eravamo fermi seduti su alcuni gradini rialzati, sul bordo della strada. Le bici accanto a noi. Bevevamo. Eravamo arrivati, avevamo percorso circa 70 km quel giorno e dovevamo solo trovare dove dormire. Io mi guardavo in giro e leggevo la lonely planet. Mi ero tolto le scarpe, lo zaino, gli occhiali. Ad un certo punto ci sentiamo chiamare. Vediamo un tipo strano, magro, dalla faccia stralunata che, in inglese, ci chiede chi siamo. Lui è Yussuf, ci spiega, e ci chiede cosa facessimo da quelle parti. Glielo dico.

Mi ci ero abituato, oramai, alla curiosità delle persone. Tre dementi con delle biciclette stracariche. In asia minore non è precisamente uno spettacolo quotidiano. Questo però era diverso. Di solito dopo averci chiesto da dove venivamo e dove andavamo la gente continuava per la propria strada. Lui invece iniziò a raccontare.

Anche lui aveva girato un sacco. Tirò fuori una macchina fotografica digitale. Un vecchio modello, di diversi anni fa. L’aveva comprata a singapore, spiegò. L’aveva presa perché ci portava dietro la sua vita. Ed iniziò a farcela vedere, la sua vita. Centinaia di foto, in centinaia di posti diversi, indonesia, cina, africa. Si era imbarcato per viaggiare, spiegò. Ed i suoi viaggi erano tutti lì. Persone sorridenti, posti, facce. Era incredibile. Per ognuna di esse lui aveva una storia, un ricordo, un pezzo di vita. E se la portava dietro. Sempre. Anche ora che era a casa, aveva tutti i suoi luoghi con se, ci spiegò.

Non era contento di essere a casa. Non lo capivano, disse. Avevano una mentalità ristretta e pensavano che lui fosse strano. Anche suo padre, ci spiegò, lo pensava. Perché lui, Yussuf, non voleva prendere moglie e trovare un lavoro. Lui, continuò, doveva cercare altra vita da mettere nella sua macchina fotografica. Anche se, aggiunse con un certo rammarico, ogni pezzo di vita che aggiungeva ne doveva cancellare altra. Sapete com’è, i limiti della tecnologia.

Ma non gli importava. Non parlammo molto con Yussuf. Ma lo capimmo. Lo capimmo molto bene. E alla fine, siamo finiti anche noi tre nella sua macchina fotografica, al posto di una vecchia fotografia che cancellò lì per lì. A volte mi domando se ci siamo ancora. Lui è nella mia.

sabato 22 gennaio 2011

Hogwards

È strano come i ricordi tornano a galla all’improvviso.
stasera correvo sulla ciclabile, il vento gelido che mi sferzava le gambe lasciate scoperte dai pantaloncini mentre soffiavo aria calda nei guanti per scaldare le mani. Quei cazzo di sei chilometri non mi sono mai sembrati così lunghi. Correvo per sciacquare via la rabbia, come sempre, ma era troppo freddo per concentrare i pensieri su qualcosa. La luna, enorme e freddissima, insieme agli arctic monkeys sparati nelle orecchie sotto al cappello di lana e alla kefia di cotone che mi avvolgeva il viso, erano estranianti. Intorno nessuno per chilometri. Nemmeno i cani mi abbaiavano contro. Di solito lo fanno sempre, da dietro i loro cancelli, le siepi e i muretti delle ville. Troppo freddo anche per loro. Le undici di venerdì sera. Chi cazzo vuoi ce ci sia per strada, coglione.
Comunque sia, prima di Canneto, la mia attenzione si aggrappa distratta su un’immagine. Davanti a me, non troppo lontana, una ragazza con un vestitino leggero svolazzante è ferma e guarda la città dal parapetto in legno, proprio nel punto che, anni fa, un cretino che voleva dimostrare qualcosa ha sfondato sfasciandosi le ossa.
Mi avvicino un po’ stupito. Cazzo, è freddo, è vestita troppo leggera. Ed è sola. È pericoloso se non sei una specie di psicopatico attaccabrighe di quasi 100 kg con la mania del jogging notturno.
Invece mi accorgo che era solo un immagine mentale, un ricordo che la mia memoria ha sovrapposto ad un telo bianco aggrovigliato ad un palo. Che il vento impetuoso fa svolazzare. Inseguo quell’immagine indietro nel tempo e torno in Galles.
Si lo so, a leggere quello che scrivo sembra che sia stato dappertutto e abbia fatto cose ganzissime. Invece, se leggete bene, si tratta per lo più di episodi sfigati. Anche questo qua.
Avevo 16 anni e, tanto per cambiare, ero stato spedito in Inghilterra ad imparare l’inglese. Vacanza studio. Le ho sempre adorate, ma quell’estate in particolare non mi andava molto. Per la prima volta infatti era estate e avevo la ragazza. Mi piaceva pure un sacco, al tempo avrei giurato che ne ero innamorato perso. Due mesi dopo mi avrebbe mollato per un coglione che valeva un decimo di me e che giocava a calcetto. Puttana.
Comunque sia, nel giugno del 1991 faccio il mio ingresso ad Hogwards. Naturalmente non si chiamava così, il posto era Cloisters, ma vi giuro che era identico a quello che, 10 anni dopo, è diventata la scuola per maghi sfigati.
Funzionava così: i maschi dormivano in camere doppie o triple all’esterno del complesso di edifici neo gotici formato dall’edificio principale, dal chiostro (da cui il nome) e dalla chiesa. le ragazze dormivano proprio nel corpo principale, in camere da 5 o 6. Loro stavano meglio.
Io finii, in virtù dell’ingegno di qualche mente brillante che aveva letto la mia città natale sul passaporto e aveva sbagliato deduzione, in camera con un ragazzo tedesco, più grande di me di 3 anni. Lui parlava appena appena inglese, io lo balbettavo. Non sono mai riuscito a scambiare con lui due parole prima della Notte del Fantasma.
Il giorno dopo iniziammo le lezioni ed io finii in classe con S., che era molto carina, se la tirava e, naturalmente, mi piaceva un sacco. (lo so, 3 paragrafi fa ho detto che ero innamorato della mia ragazza, che ci volete fare, sono un tipo sensibile…). iniziai così il mio rituale di corteggiamento usuale che consisteva (e, purtroppo, consiste tutt’ora), nel prenderla in giro con mille battute e poi fare finta che non esistesse neppure e un sacco di altre cosette altrettanto efficaci …
Tutto questo naturalmente non sortiva molti effetti. Almeno fino alla Notte del Fantasma.
Quella sera particolare il mio compagno di stanza mi disse (o meglio, mi fece capire), che, se avevo coraggio, mi avrebbe portato nelle stanze delle ragazze. Ma occorreva fare molta, molta attenzione. Infatti di notte c’era il custode che girava per i corridoi e per il parco intorno al college. Se venivi beccato fuori dopo le 23 c’era l’espulsione e venivi rimandato a casa. Una specie di nascondino con una posta alta. Accettai immediatamente, e decisi che quella notte avrei finalmente dichiarato il mio amore a B., costasse quel che costasse, senza prese in giro, mezze frasi o altro. Se ero abbastanza coraggioso da seguire uno squilibrato di notte in una specie di missione suicida che rischiava di farmi tornare in italia con tre settimane di anticipo, lo sarei stato anche per dire ad una ragazza quello che provavo. Per maggior sicurezza mi preparai anche un discorso, che scopiazzai spudoratamente da Shakespeare. Cazzo servivano 2 ore di letteratura inglese al giorno altrimenti?
Le campane del torrione suonarono i dodici rintocchi e noi ci avviammo fuori. C’era la nebbia bassa, quella che ti copre solo fino ai polpacci e che ti impedisce di vedere dove corri. Ma se ce ne fosse stato bisogno ti ci potevi anche nascondere semplicemente tuffandotici. Ce ne fu bisogno quasi immediatamente. La porta del nostro dormitorio era chiusa a chiave. Lo squilibrato allora pensò bene di uscire dall’uscita di sicurezza. Suonò l’allarme e la porta si richiuse dietro di noi. Eravamo fuori e iniziammo a correre come disperati. L’allarme si spense quasi subito, ma i custodi uscirono tutti a vedere cosa succedesse. Iniziarono a girare con le torce in mano come i nazisti dei film, ma senza i rottweiler. Per fortuna.
Aspettammo un sacco di tempo acquattati in attesa di poter sgattaiolare nella cantina della chiesa. Lo squilibrato aveva lasciato la porta aperta quel pomeriggio. Da li salimmo nella navata, poi al torrone e, una volta in cima, sgattaiolammo nel ballatoio che univa la torre all’edifico principale. L’atmosfera era tesa. Non era andata per niente bene, e, oltre al rischio di essere beccati, dovevo anche stare attento a non precipitare dal tetto.
Quando arrivammo sotto al corpo principale capii perché lo squilibrato aveva bisogno di me. Dovevamo arrampicarci verso una finestra della soffitta. Dovevo prenderlo sulle spalle. Lui poi tirò su me. Eravamo dentro. Anzi, eravamo nel sottotetto. Ad un certo punto passammo davanti ad uno specchio coperto da un lenzuolo e il tizio mi spiegò che quello era stato in camera di una ragazza che, 30 anni prima, si era suicidata per amore. La sua anima era rimasta intrappolata lì dentro e, con la luna piena, usciva vestita solo del lenzuolo in cerca dell’amore perduto. Chi la incontrava rischiava di farsi baciare e, quindi, succhiare via la vita per divenire anche lui un fantasma. Mi giurò che era vero e proseguimmo, mentre io, per farmi coraggio, ripassavo la mia dichiarazione a B..
Scendemmo una ripida scala a chiocciola di pietra e ci ritrovammo nel corridoio del dormitorio femminile. Era fatta. C’eravamo riusciti, eravamo dei grandi ed io avrei coronato il mio sogno d’amore. Quando avrei raccontato a B. del fantasma si sarebbe sciolta nelle mie braccia. Solo che non avevo idea di quale fosse la sua stanza. Non ci avevo pensato. Lo squilibrato non sembrava avere problemi di orientamento. Si diresse lungo il corridoio contando le porte, arrivato davanti ad una precisa, bussò piano. Io mi affiancai a lui.
Aprì B.. Dio evidentemente esisteva ed era dalla mia parte, mi aveva guidato da lei, direttamente nelle sue braccia. Chiusi gli occhi, presi fiato, richiamai ala mente la battuta d’avvio del mio discorso e …
quando aprii gli occhi B. stava baciando lo squilibrato. Lui la palpava. Entrarono in camera e mi chiusero la porta in faccia. Il rumore della porta che si chiudeva fu sommerso dal rumore di vetri infranti che produsse il mio cuore spezzandosi, neppure per l’ultima volta, lì, nel corridoio del dormitorio femminile di un cazzo di college gotico.
p-u-t-t-a-n-a. ogni lettera una falcata per tornare verso il basso. Non dal tetto, dallo scalone principale. Che mi spedissero pure in italia, non mi importava più un cazzo. Anzi meglio. Uscii dalla porta principale, sperando di sentire suonare l’allarme. Almeno, magari, perquisivano le camere e avrebbero spedito via pure lo squilibrato traditore. Invece nulla. Non era allarmata. Evidentemente l’allarme di prima non serviva a tenere fuori i ladri ma a tenere dentro gli studenti. Fottuti inglesi. Fottuti tedeschi psicopatici.
E fu così, mentre giravo dietro alla chiesa che la vidi. Era in mezzo al prato, era vestita di bianco con un abito leggero e svolazzante. Sembrava, anzi no, lo stava proprio facendo, ballava sotto la luna piena a braccia distese. Era il fantasma.
Ne ero sicuro, era lei, gli assomigliava. Solo non capivo perché stesse ridendo e saltando mezza nuda in mezzo al prato. Chissà, forse se mi avesse visto avrebbe baciato anche me. Non sarebbe poi stato tanto peggio che farsi rispedire in italia no?. Invece mi acquattai nella nebbiolina, finché il fantasma non si stufò. E sparì dietro la chiesa con quella che sembrava proprio una bottiglia di Baileys in mano.
Il giorno dopo chiesi di cambiare stanza e, la solita mente geniale, fraintendendo l’origine del mio nome mi spedì in camera con 3 colombiani, il cui concetto di imparare l’inglese girava intorno al rum e alle canne. Sempre meglio che con lo squilibrato ladro di innamorate fantasma.

mercoledì 5 gennaio 2011

Kadifecale




Arrivammo a Izmir poco dopo le due. Faceva caldissimo e noi spingevamo a mano le bici nel baazar, il mercato. In realtà l’impressione era quella di scivolare in un fiume di gente, seguendo la corrente. Sarebbe stato pressoché impossibile andarvi contro. Ogni tanto qualcuno ci guardava. La polvere e il sudore ci incrostavano dalla testa ai piedi e le bici facevano comunque il loro effetto. Sembravamo cowboy fuori tempo massimo. Io avevo una maglietta rosa, gli occhiali da superman e una bandana in testa. Ah, anche i guantini da ciclista. Non una delle mise di cui vado più orgoglioso per la verità.
Comunque avanzavamo. Troppo stanchi per soffermarci ad apprezzare la varietà di colori, odori e suoni che ci arrivavano da tutte le direzioni. Ogni pochi metri alzavamo gli occhi verso qualche stranezza locale. I banchi delle spezie con i sacchi pieni di colori, le macellerie con i capretti squartati appesi sulla strada e i banchini che vendevano immagini e feticci dell’ataturk ci attiravano magicamente.
Izmir è fatta così. In mezzo c’è il mercato e ovunque tu voglia andare, devi passarci.
Cercavamo un posto dove dormire. Eravamo entrati in diversi posti lungo le strade del mercato, ma nessuno ci attirava particolarmente. Fu A. a risolvere la situazione.
- Laggiu c’è un buon posto. Disse, indicando un vicolo fatiscente che si inerpicava stretto verso l’alto.
- E come cazzo fai a saperlo?
- C’è scritto lassù fece lui.
In effetti all’imboccatura del vicolo c’era un cartello, sotto un balcone che cadeva a pezzi: hotel very good diceva.
Caspita, non ci saremmo certo fatti abbindolare dalla pubblicità più ingenua che avessi mai visto pensai. Sarebbe ridicolo.
Invece facemmo proprio così. L’albergo si trovava nel quartiere povero, proprio prima che questo iniziasse a salire verso l’antica fortezza di Kadifecale. Le sue stanze erano piene di fascino, esotiche come un campo nomadi, si affacciavano su un orto giardino fatiscente ma profumatissimo ed estremamente silenzioso.
Il padrone, un tipo anziano e paffuto, con i baffi curvi ed un cappello buffo fece un po’ di storie per le bici, ma quando gli spiegai che senza di loro non avrebbe avuto neppure noi, acconsentì a farcele portare dentro. Immagino che nonostante il grande investimento in pubblicità, l’Otel Hikmet non fosse proprio in alta stagione in qual periodo. Per la verità non era in alta stagione da almeno vent’anni, a giudicare dalle sue condizioni. Ma per 4 euro a testa a notte ci andava benissimo. Nel suo turco internazionalizzato da qualche parola in inglese e tedesco il proprietario mi chiese se volessimo la doccia in camera o no. Costava 2 euro in più a testa. Era un furto, ma dissi di si. Quindi lui entrò in bagno e tolse il lucchetto che chiudeva il rubinetto. Ora avevamo la doccia in camera. Ci lavammo e lavammo i pochi vestiti che ci portavamo dietro. In mezz’ora la camera diventò effettivamente un accampamento di nomadi, con tanto di panni stesi. Poco male, in effetti era proprio quello che eravamo. Nomadi in bicicletta.
Quando viaggio lo faccio per il gusto del viaggio e non per turismo. Preferisco passare il tempo a parlare con le persone, a mangiare per strada quello che offre il posto. E così anche a Izmir non ci ponemmo neppure in mente di fare il giro dei monumenti, che pure sapevamo splendidi, risalenti alla dominazione greca e romana. Invece decidemmo di vedere il tramonto di Flaubert, tanto caro a N.
Infatti da qualche parte aveva letto che Flaubert in visita ad Izmir un centinaio di anni prima di noi, aveva dichiarato che, se c’era un tramonto che bisognava vedere almeno una volta nella vita era quello che dalla sommità del Kadifecale si tuffava nell’egeo.
Sulla Lonely Planet di quell’affermazione non v’era traccia. In compenso però sconsigliava di avventurarsi per le strade intorno al Kadifecale dopo il tramonto. Infatti quello era il quartiere povero e malfamato di Izmir. Aveva ragione la guida naturalmente. Ma preferimmo seguire il consiglio di uno scrittore dell’ottocento e ci avviammo a piedi verso l’altura che ospitava la vecchia fortezza del Kadifecale. A guidarci una bandiera turca immensa che sventolava sulla sommità.
Per un paio di kilometri ci inerpicammo per vicoli desolati, su cui si affacciavano catapecchie aperte il cui unico mobilio era un tappeto. Decine di bambini e di gatti spuntavano ovunque. Magri, scalzi e cenciosi. Sembrava un special del National Geographic Channel. Stranamente non ci fecero una grande impressione. Eravamo affamati e cenciosi anche noi.
Ad un certo punto ci trovammo spersi. Le vie non avevano nome solo, ogni tanto un numero. Noi del resto non avevamo una cartina ma solo una vaga indicazione. Così, mentre l’ora fatidica del tramonto si avvicinava, iniziammo a procedere un po’ a casaccio, ma sempre in salita. In fondo la fortezza era in cima. Quindi bastava salire. Almeno speravamo.
Su una strada un po’ più larga ci raggiunse una macchina della polizia. Si affiancò a noi e un poliziotto con un mitra sulle ginocchia ci chiese, in un inglese appena comprensibile, cosa ci facessimo in quel posto. Glielo dicemmo e lui ci disse che non era il caso. Era un Quartiere Molto Pericoloso. Lo disse proprio così. Con le maiuscole. ci disse di tornare indietro. Lo ringraziammo, lo assicurammo che avremmo senz’altro seguito il suo consiglio (in fondo non volevamo finire accoltellati vero?) e, appena la macchina della polizia svoltò l’angolo, continuammo a salire. Non credevamo davvero che avremmo potuto rappresentare una tentazione per nessuno. Io avevo le scarpe bucate e i pantaloni strappati. In tasca avevamo dieci lire turche. Probabilmente se avessero voluto rapinarci non sarebbero nemmeno riusciti a farsi capire e sarebbe finita con noi che gli chiedevamo indicazioni. E in ogni caso noi tre correvamo veloci e le lunghe ore di pedalata ci avrebbero dato un certo vantaggio sugli emaciati abitanti del Quartiere Molto Pericoloso. Almeno speravamo.
Alla fine ci arrivammo davvero al Kadifecale. Intuimmo subito che qualcosa doveva essere cambiato dai tempi di Flaubert. La fortezza costruita da Alessandro Magno non aveva precisamente l’aspetto di un monumento patrimonio dell’umanità, come l’ha definita l’Unesco.
Tanto per iniziare un patrimonio dell’umanità dovrebbe avere un biglietto d’ingresso. Lì invece non c’era nessuno. A parte una decina di ragazzi di tutte le età che giocavano a pallone proprio in mezzo alla fortezza, usando come porta dei pezzi di muro, un palo e delle magliette.
Inoltre in mezzo alle torri invece dei cartelli che spiegano in due righe un paio di millenni di storia del posto c’erano delle tessitrici di tappeti, con degli strani telai orizzontali che tessevano degli stranissimi tappeti coloratissimi.
Una delle torri poi era usata come camino. Qualcuno ci stava facendo un fuoco dentro. La cosa un po’ mi irritò. Cazzo pensavo, questa torre ha duemila anni e tutto quello che questi trogloditi riescono a farci è usarla come barbecue. Però. Però, girando lo sguardo, mi rendevo conto della differenza. Da noi ogni pietra antica è racchiusa in sofisticate gabbie, il cui accesso costa un sacco di soldi e dentro le quali, alla fine, ti trovi insieme a un mucchio di deficienti armati di macchina fotografica che non vedono l’ora di uscire da li per andare a mangiare. Qui invece ero libero di andare ovunque, senza cordoni, divieti d’accesso, guardiani e, soprattutto, stronzi in gita domenicale.
Infatti al Kadifecale non c’erano aree delimitate. puoi andare dappertutto. Proprio dappertutto intendo. Anzi, per arrivare in alcuni punti dovevi camminare in bilico sui muri alti. A metà di uno di quei muri A. confessò che soffriva di vertigini e aveva terrore delle altezze. Da li in poi procedette a carponi. Proprio un bel momento per fare outing.
Comunque sia riuscimmo a convincerlo ad arrampicarci fino all’angolo sud occidentale. Il più propizio per ammirare il tramonto che, prima o poi, sarebbe arrivato.
Ci sedemmo ansiosi di ammirare lo spettacolo della natura. Aspettammo un po’. Poi un altro po’.
Non succedeva niente. Nel senso che il tramonto non è una cosa di pochi istanti. No, ci mette un sacco. E a noi faceva pure freddo. Dentro di me pensai che Flaubert era un cazzone. A me Madame Bovary non era neppure piaciuto.
Mentre attendevamo si avvicina un ragazzino. Che mi porge dell’uva e, in tedesco, mi chiese perché fossi li.
Rimasi un po’ stupito. Gli chiesi come facesse a sapere che parlavo tedesco (tirato a caso, immagino). Lui mi guardò e mi disse che si vedeva, che ero tedesco. Bhé, immagino che non sia precisamente un complimento. Poi arrivò suo padre, suo nonno, un paio di zii, qualche fratello e le donne della famiglia. Si piazzano tutti e 160 accanto a noi. Il nostro angolo romantico era stato trasformato in un picnic.
Invece di irritarmi ero curioso.
Subito il padre ed il nonno si misero a parlare con noi. O meglio, con me, visto che parlavano solo tedesco.
Non erano turchi, erano curdi. Vivevano in germania, ma d’estate tornavano a casa.
Ora, i curdi sono il popolo più sfigato del medio oriente. Sono divisi tra turchia, azerbaijan, Iraq e Iran e nessuno li vuole. Eppure sono inoffensivi, gran lavoratori e abbastanza simpatici. Solo che stanno sul cazzo un po’ a tutti da quelle parti e tutti li hanno perseguitati, scacciati, fatti oggetto di simpatici e folkloristici genocidi. Il Kurdistan è un posto che non esiste. Nessuno di quei paesi lo riporta sulle carte. Eppure c’è, e ci sono i curdi.
Questi mi spiegarono un po’ la faccenda, mentre dividevano con noi frutta di ogni tipo. Senza che ce ne accorgessimo eravamo divenuti parte del picnic curdo. Parlammo per diverso tempo, mi raccontarono la loro vita in germania, io raccontai loro del viaggio che stavamo facendo e che pareva entusiasmarli un sacco.
Ad un certo punto però, come ad un segnale di un regista nascosto tacquero. Tutti. Mi voltai piano e su tutta la lunghezza delle mura del Kadifecale erano apparse persone in piedi che guardavano verso ovest. I ragazzi avevano smesso di giocare a calcio ed erano saliti, anche le tessitrici di tappeti avevano fatto faticosamente i gradini. Tutti guardammo verso ovest in silenzio. Il sole impiegò una decina di minuti a scomparire dietro l’orizzonte. Il cielo era oro, rosso, porpora e indaco. Dietro di noi l’oscurità iniziava ad avvolgere la fortezza come una coperta calda, ma davanti era uno spettacolo assoluto.
Flaubert aveva ragione. Naturalmente.
Aspettammo che anche le nuvole fucsia acceso scolorissero nel viola prima di iniziare a scendere.
-speriamo che i poliziotti si siano sbagliati, pensammo. E iniziammo a correre ridendo in discesa.

martedì 14 dicembre 2010

Hiking with ghosts and snakes

Hike. L’Hike è un rito di passaggio. Di quelli vecchio stile, un po’ sioux, un po’ Kipling. Gli hikes hanno segnato molto la mia vita scout e credo di comprenderne l’intima natura solo a distanza di anni. Hiking è un verbo dell’inglese di frontiera, che tradotto vuol dire, più o meno, andare per terre selvagge. Ed in fondo l’hike, come lo concepisco io, è proprio questo, andare per sentieri sconosciuti alla ricerca di qualcosa che non conosci fino al momento in cui la troverai. Hike è andare lontano completamente soli.

L’hike non finisce con l’arrivo al posto indicato nella cartina, né con il ritorno nella tua comunità. All’hike consegue necessariamente un’epifania. Quando questa arriva, tu ritorni dall’hike. Quindi io stasera sono tornato dal mio ultimo hike. Che è iniziato 12 anni fa.

L’hike è un momento solenne per ogni scout. Si parte per l’hike con una cerimonia, che prevede che il reparto, il klan o la comunità si dispongano in divisa perfetta per veder partire una manciata di ragazzi/uomini che ridono troppo forte per mascherare la paura e l’eccitazione per l’avventura imminente. L’hike lo si fa da soli.

Il mio primo Hike lo feci a sedici anni, in alta montagna. Poi ce ne fu uno per ogni momento di passaggio. Ogni volta che lasciavo una fase del cammino scout, reparto, noviziato, clan, co.ca., ne affrontavo uno. Fino all’ultimo. Dodici anni fa appunto. Solo che al tempo non sapevo sarebbe stato l’ultimo.

E così eccomi stasera a tornare all’improvviso in Calabria, su una strada torrida, verso un paese che non c’era più, carico di attese. L’hike non pone una tabella di marcia. Il più delle volte ti viene data una cartina, ti indicano dove devi arrivare il giorno dopo più o meno al pomeriggio e ti salutano cantando. Gli scout sono peggio dei puffi a volte.

Quella volta partii prima di pranzo. Nella cartina era segnato un percorso che tagliava una parte della punta estrema della Calabria. Sotto Reggio Calabria, sui monti. Faceva un caldo incredibile. Ho camminato per buona parte del giorno perché volevo arrivare a Roghudi Vecchia prima del tramonto. Quel paese era segnato sulla mia carta topografica, aveva un fiume accanto ed era più o meno a metà del percorso. Intorno non c’era nulla. Era un avamposto di civiltà nel niente. Mi pareva perfetto per passarci la notte.

Quindi mentre camminavo, con lo zaino che mi spezzava la schiena, come diceva il canto con cui mi avevano salutato, pensavo alla sera, a dove avrei dormito. L’idea era di provare a chiedere al parroco se mi faceva dormire in sagrestia o, meglio ancora, fuori sul sagrato. Mi aspettavo da un momento all’altro di girare una curva della strada sterrata e polverosa e di vedere le luci del paese. Invece il paese che si stagliava contro il cielo all’imbrunire non era illuminato.

Lì per lì non ci feci molto caso. Continuai a camminare in salita. Prima della curva trovai un cartello di quelli bianchi, con il nome del paese sopra. Mi fermai, attonito. Era vecchio, scrostato. Ma soprattutto era scritto in greco. Ro-gamma-segno che non conosco-delta-iota. Roghudi. Ero arrivato, ma probabilmente ero nella dimensione sbagliata.

Con un brutto presentimento sulle spalle continuo a camminare. Ed entro in paese. Non c’era nessuno. Proprio nessuno. Le prime case erano abbandonate, le finestre e le porte erano dei buchi vuoti nel nulla. Continuo un altro po’. Noto le lastre di marmo con i nomi delle strade. Sono in greco anche questi. Le case si fanno diroccate. Pendono da una parte, le travi spezzate sotto i tetti collassati. Fantastico, pensai, ora mancano solo le scimmie parlanti che mi catturano.

Ricordo che guardavo di continuo la mappa. Come per assicurarmi di essere davvero lì. Come se questa, una volta accortasi dell’errore, mi avrebbe riportato gentilmente nella mia dimensione. Invece la mappa mi lasciò li incasinato e preoccupato.

Arrivo in una specie di piazzetta, in alto. Mi guardo intorno ed è bellissimo. Sono in cima ad una specie di picco, un promontorio su una valle ripida e stretta, in fondo alla quale, un centinaio di metri più in giù in verticale, scorre un fiume. O meglio scorreva. Il letto del fiume, una ventina di metri di larghezza, è fatto di pietre enormi e bianchissime. Niente acqua.

Cartina di merda, bussola di merda, capi scout di merda. Avevo pure sete e la borraccia era praticamente a secco. Convinto di trovare un paese non ero stato attento. Invece ero a Hiroshima, ‘fanculo.

Mi siedo sul parapetto in pietra. Sopra di me c’è un vecchio pergolato con una vite, orami inselvatichita. C’è dell’uva. Al sud matura prima. Ed eravamo a metà agosto. Ne prendo un po’ ed era asprigna. Ma buona.

Giro lo sguardo intorno e, sulla stradina stretta che porta al fiume, una pendenza assurda per una strada di paese, tra le case c’è un insegna gialla. L’insegna è familiare ma al tempo stesso diversa. Sopra c’è scritto “poste e telegrafo” non PT, proprio poste e telegrafo. L’insegna poi non era di plastica. Era di ferro. Era molto vecchia. Sul muro c’è una specie di manifesto sbiadito, color ocra bruciato. Le lettere dicono, in italiano, non in greco, “Roghudi”, poi qualcosa sbiadito troppo, poi “ordine immediato di evacuazione”. La data è qualcosa e poi 1954. Cazzo, ero in un paese fantasma (visto, ero proprio sveglio a cogliere le cose al volo eh… era quasi mezz’ora che ero li, me ne accorgevo solo ora. Brillante…).

Intanto la notte scendeva rapida. Non avevo mangiato, non avevo acqua, ero stanco morto e non sapevo ancora dove dormire. Più guardavo le case e meno voglia avevo di dormire sul sagrato, in mezzo ai fantasmi. Guardai il fiume in secca. Pensai a quelle pietre scaldate dal sole per tutto il giorno. Avrebbero trattenuto il calore ancora a lungo. Perfetto. Per i serpenti e gli scorpioni, intendo… e dio solo sa quanto odio gli scorpioni.

Ero indeciso se passare la notte tra i fantasmi o i serpenti (cazzo era sabato sera, se fossi stato uno intelligente avrei potuto essere in discoteca e magari avrei dovuto scegliere qualche troietta per la notte invece no, sono stupido, mi merito i serpenti ed i fantasmi, le troiette vanno a quelli che giocano a calcetto…).

Scelsi i serpenti, più che altro perché speravo che tra le rocce ci fosse ancora un po’ d’acqua che scorreva. Un fiume di venti metri non può sparire solo perché è estate (sulla terra, li su marte le cose erano diverse a quanto pare).

Così scesi a valle. La stradina era ripida, lastricata di rocce vecchie, con un parapetto di pietra a destra e case crollate e vuote a sinistra. Sul fondo una striscia di arbusti spinosi (che naturalmente non avevano varchi praticabili prima che io lasciassi brandelli di divisa scout e di pelle sulle loro lunghissime spine). Poi le rocce. Arrivai al centro del fiume che era già buio ma ci vedevo benissimo. Il bianco delle pietre era abbagliante sotto la luna e le fottutissime stelle che a milioni guardavano in basso e ridacchiavano. Acqua non ce n’era neanche un filo. Da nessuna parte.

Tirai fuori il poncho e lo stesi per terra non prima di aver praticato una danza antiserpente di mia, estemporanea, invenzione. Si trattava di saltare come un forsennato tra le rocce, battendo con uno stecco e urlando nel tentativo di spaventare un po’ tutti, serpenti, spettri, lupi, banditi, troiette discotecare ecc. ecc.

Poi mi sedetti sul mio sacco a pelo, misi su il maglione (è incredibile lo so, di giorno c’erano 45 gradi, ma la notte faceva freschino). Mi preparai a mangiare. Avevo pane, una mela e del sale. Ecco, io ora posso capire il pane, la mela, l’acqua. Ma il sale? Era un simbolo e lo si da ad ogni Hike. Non ho ancora capito di preciso cosa rappresenti, ma tant’è.

Li divorai in quell’ordine preciso, pure il sale, almeno avrei reintegrato un po’ di Sali minerali. Poi mi stesi a leggere i fogli zeppi di riflessioni filosofiche che accompagnano ogni Hike e mi addormentai guardando le stelle.

Mi risvegliai con il sole accecante negli occhi ed un suono stranissimo che si diffondeva. Tlac-tlac-tlac. E poi ancora tlac-tlac-tlac. Ritmico, lento, come se nel letto del fiume, al posto dell’acqua da tempo scomparsa, rotolassero le pietre bianche, scorrendo a valle per raggiungere il mare.

Mi tolgo il cappello dalla faccia, mi alzo e a pochi metri da me vedo qualcosa di eccezionale. Un asino. Un asino vero. Con una bardatura altissima, delle fascine enormi legate ai fianchi ed un vecchio seduto sopra. Un vecchio vestito con una giacca nera dall’aspetto pesante, una camicia bianca, un fazzoletto rosso sul collo secco ed una coppola a far ombra ad una faccia immobile, color del cuoio vecchio. Resto fermo, lui viene verso di me, mi passa accanto guardandomi, e fa per continuare, ignorandomi come se nulla fosse.

– buongiorno, ha mica dell’acqua?

- …

-per favore, intendo…

Mi guarda, si china e mi porge un fiasco. Vino. Lo afferro e, facendo finta di bere con parsimonia, ne ingollo quanto più sia possibile senza destare sospetti. Cazzo, era forte. Ed erano neanche le sette di mattina. E io avrei dovuto camminare fino alle sei del pomeriggio almeno.

Se il pianeta delle scimmie mi avesse lasciato andare, intendo.

Restituisco il fiasco al vecchio e, tanto per fare conversazione, gli dico – Roghudi? Indicando il paese che ci sovrastava.

Il vecchio mi risponde in quello che sembra greco antico, musicale e arcano. Poi aggiunge – ‘ogudi ‘nné cchiù.

Si gira, schiocca la lingua e prosegue per la sua strada.

Al mio ritorno avrei scoperto che in effetti c’è una zona remotissima della Calabria dove si parla ancora un dialetto greco, il grecano, arcaico residuo della dominazione greca di queste zone, un paio di millenni fa. Che Roghudi, anzi, Roghudi vecchia, fu abbandonata nel 1954 per una inondazione, che nessuno vi tornò più perché lo stato lo aveva dichiarato inagibile e aveva ricostruito, chilometri a valle, un brutto agglomerato di prefabbricati, ribattezzato Roghudi nuova. Anche se gli antichi abitanti ancora visitano Roghudi Vecchia, per sentire le voci sotto il pergolato, che parlano greco.

Stasera, anzi stanotte oramai, mi è tornato tutto in mente. Ho avuto la mia epifania, ho finalmente capito cosa cercavo a Roghudi e come alla fine l’abbia davvero trovato.

Volete sapere cosa? Andate laggiù. Eseguite la danza del serpente sotto le stelle, tenetevi la gola riarsa, mangiate pane e sale. Ascoltate le voci che vi parlano in greco sotto il pergolato, e lo saprete anche voi. È tutto lì. Dico davvero.

giovedì 9 dicembre 2010

Schroedinger’s Broken Things


Ho provato davvero a riaggiustare le cose che si sono rotte dentro di me, e sono molte, ma non ci sono riuscito.

Ma la verità è che in questi ultimi mesi gli unici momenti in cui sono stato veramente bene sono stati quando picchiavo un deficiente mezzasega e mentre cercavo di far capire ai miei due migliori amici che il mondo come lo conoscevamo noi, è finito e non tornerà più. le cose tra noi sono cambiate e non sarà Londra mai più. sono io ad essere cambiato, me ne sono accorto in quel momento. E mentre declinavo l’invito alla cena di natale, al capodanno all’estero e a tutto il resto che ancora mi avrebbe aspettato, l’ho capito.

In quei momenti stavo bene perché, mentre si compiono i gesti inevitabili, si sta sempre bene con se stessi. È la semplice consapevolezza che non c’è altro che puoi fare più. Tutto quello che poteva essere fatto è stato fatto e quello che non è stato fatto, è troppo tardi, non lo puoi più fare, dire, pensare, provare urlare ecc. ecc.

La migliore definizione di questo astruso concetto l’ho scoperto in un libro. Un libro di fisica per la precisione. Infatti un tizio, di nome Schroedinger, per illustrare una teoria di fisica quantistica, ideò questo simpatico esperimento: per dimostrare come, nella fisica quantistica appunto, le particelle sub atomiche di un atomo decadono o meno secondo lo stesso identico meccanismo e nello stesso identico istante, coesistendo di fatto sia come decadute che come integre, Schroedinger propose di prendere un gatto, chiuderlo in una scatola con una fiala di cianuro collegata ad un martello a sua volta collegato ad un contatore geiger in grado di rilevare il decadimento di un singolo atomo. Quindi, se l’atomo fosse decaduto, il contatore geiger avrebbe rilasciato il martello che, rompendo la fiala, avrebbe ucciso il gatto nella scatola. Poiché però, le probabilità che questo accadesse erano esattamente uguali a quelle che non accadesse e, di fatto, l’atomo, non sarebbe mutato che con l’osservazione del mutamento stesso il gatto, fino al momento in cui non si fosse aperta la scatola, sarebbe stato contemporaneamente vivo e morto.

Infatti solo l’osservatore ne avrebbe determinato il fato nel mondo fisico. Altrimenti il gatto avrebbe continuato beatamente a prosperare, vivo e morto insieme, nella sua bella scatola. Con questo Schroedinger ha vinto il Premio Nobel per la fisica.

A suo tempo, anche Socrate aveva ipotizzato un paradosso simile. Infatti si era domandato se un albero, cadendo nella foresta senza che nessuno lo vedesse, producesse rumore lo stesso.

È come il momento in cui non sai ancora il risultato di un esame difficile e guardi la porta della camera di consiglio dove la commissione si è ritirata a decidere, o mentre iniettano l’ipnovel nelle vene di tuo padre prima di un’operazione chirurgica, e tu gli dici che sarai fuori ad aspettarlo, come se questo potesse fare la differenza, o come quando le dici quello che provi e lei tace per qualche istante e la sua espressione è indecifrabile.

Io sono un po’ come il gatto di Schroedinger della fisica quantistica vivo e morto allo stesso tempo, finché non apri la scatola. Finché non apri la scatola il gatto di Schroedinger sta che è una meraviglia, nemmeno si fosse fatto di ero. Una volta che apri la scatola, bhé, quello è un altro discorso, magari alla fine ti trovi in mano solo dei cocci ed un gatto morto.

lunedì 27 settembre 2010

Le Petite Prince

Di tutti i viaggi che ho fatto, di uno in particolare ho ricordi molto contrastanti.

Il fatto è che non volevo partire. Ecco, per la verità non ho mai capito cosa ci sono finito a fare in Perù, io.

L’idea di andare in Perù non è stata neppure mia. Per la precisione è stata dell’ E.

E. che, chiariamolo subito, non era la mia ragazza. No, nulla del genere. Era quella a cui facevo i dispetti.

E così, quando mi confessò che andare in Perù era un suo sogno e che avrebbe invidiato tanto chi ci andava, pensai che, siccome per me una meta estiva a quel tempo valeva un'altra…(sapete com’è a 24 anni, quando la vita sembra eterna e non hai ancora mangiato sufficiente merda sa sapere che, per fortuna, così non è…), tanto valeva andarci e lasciarla rosicare…

Ma non è per questo che non volevo partire.

Il fatto è che al tempo avevo una ragazza. Anzi, per la precisione per qualche tempo in quei giorni furono due. Una molto carina di cui ero istruttore al Club dei Power Ranger, l’altra di cui ero follemente, perdutamente, incoscientemente innamorato da 5 anni, 11 mesi, 13 giorni, qualche ora e un paio di manciate di minuti. Il fatto che tenessi il conto parla da se.

Non rappresenta un’incongruenza per me essere innamorato di una e frequentarne un’altra, anzi, a pensarci bene sarà una specie di leit-motiv di tutta una vita. Era un periodo di transizione.

Il fatto è che la nostra era una storia complicata, lei era fidanzata in casa, con un tipo noioso, da tanti, tanti anni, io invece ero ancora convinto che soffrire per amore avesse qualche senso recondito e profondo e che, alla fine, ne valesse la pena… quindi per cinque anni, undici mesi, 13 giorni, poche ore e qualche manciata di minuti in più, avevo solo sofferto. Immaginandomi come una specie di cavaliere medioevale che ama un’ideale e non una donna vera. Eccetera eccetera eccetera (dio quanto ero palloso a quel tempo!)

bene, per farla corta, la scintilla definitiva finalmente arrivò. Esattamente la sera prima della mia partenza.

Io partivo alle 6,40 dell’indomani. Noi capimmo di amarci alle 22.00 circa. Cazzo che sfiga. L’avevo appena trovata e l’indomani me ne andavo per un mese e qualche settimana a 20.000 km, 9 fusi orari, una quarantina di meridiani lontano. Laggiù era addirittura pieno inverno, mentre da noi era agosto. (sconvolgente vero? Misteri della geografia…)

Fu una notte fantastica (non per il senso che intendete voi, non solo almeno). Piena di romantico malessere. Amore, separazione imminente. Sembrava un film. Uno di quelli per cui, di solito, io cambio canale.

Pensate che alla fine vissi un epifania shakespeariana. Quando noi, abbracciati, stavamo in silenzio sul letto, dalla piccola finestra spalancata lo scuro della notte iniziò a scolorire. impercettibilmente. Quando ci rendemmo conto che distinguevamo i contorni della stanza iniziammo a dare voce ai nostri pensieri… - è l’alba… mi diceva con tristezza infinita. – no, rispondevo io sussurrando, è solo la luna, è ancora presto… abbiamo tempo. –no, è l’alba amore (prima volta in vita mia che qualcuno di cui mi importasse mi chiamava amore), devi andare. Senti, cantano gli uccelli. – no, non è vero, è solo il richiamo dell’allodola. È notte ancora.

Ma non era notte ed io andai davvero.

Fatto sta che, in quel viaggio, ho fatto cose straordinarie. Ho fatto surf tra le dune del deserto su delle tavole di compensato, ritrovandomi pieno di sabbia fino nelle mutande, senza possibilità di cambiarmi. Ho visitato un antico cimitero precolombiano abbandonato nel deserto, pieno di mummie sepolte sedute in buche quadrate, aperte (tanto lì non piove mai, e con il loro vasellame tutto intorno. Non era un museo. Era un posto. Nel senso che potevi saltare dentro le buche, sederti accanto alle mummie e, magari, usare le loro scodelle di terracotta. Intorno, tra le buche, c’erano un sacco di ossa sparse, come seminate, che affioravano qui e la’. Per un po’ mi sono portato dietro per il Perù un paio di vertebre, una mandibola completa ed una mezza calotta cranica. Ho scoperto che il cervello lascia un impronta sulla parte interna della calotta. Io seguivo con le dita le volute e le anse e m’immaginavo di percorrere i pensieri del defunto millenario.

Poi ho camminato per giorni sulla cordigliera e ho raggiunto Macchu Picchu morto di fatica. Ho visto le linee di Nazca dall’alto, su un minuscolo e scassatissimo piper il cui pilota non era affatto sobrio ma queste sono storie che racconterò un’altra volta.

Ho anche avuto la diarrea per tre settimane di fila. Non per vantarmi, ma penso di aver cacato ovunque, in Perù. Vi sfido a trovare qualcun altro che possa dire altrettanto. E questo mi porta alla storia della Pacha Mama, che volevo raccontare sin dall’inizio.

La Pacha Mama è per gli inca quello che di più sacro ci possa essere. Ed è li per tutti, accessibile a tutti e si manifesta in una miriade di modi differenti. È come avere la madre terra, madre natura e Ghandi in un'unica entità, terrena, non sovrannaturale. In effetti, pensandoci oggi, gli Inca sono dei fricchettoni strafatti. In fondo passano le giornate masticando foglie di coca per andare avanti.

E di tutte le rappresentazioni della Pacha Mama, le isole in mezzo al Titicaca sono considerate particolarmente sacre. Vi vivono degli Indios Chechua che parlano solo Aimara (e, in tutto il mondo, lo parlano solo loro… e saranno un paio di centinaia. Immaginate che grandi conversazioni devono mai avere).

La metà di loro per la precisione non abita sulle isole, abita nel lago. Su delle isole galleggianti fatte di papiro legato a fascine e si spostano su delle gondole di paglia lunghe una decina di metri. Starci sopra per qualche ora equivale ad abbandonare ogni certezza di stabilità per abbandonarvi ad una sensazione di infinita precarietà lacustre. Idilliaco vero? Peccato che non ho accennato al fatto che il Titicaca è il lago più alto del mondo, 4.000 metri sopra il livello del mare. La notte lì si congela.

Per cui scelsi di continuare fino ad una delle due isole in mezzo al lago per vedere di dormire con i Chechua. Non una grandissima idea, per la verità. Ma io sono fatto così, mi piace provare come vive la gente. È che non mi faccio mai i cazzi miei.

Bene, ho scoperto come si vive nel medioevo tecnologico. Queste persone, carinissime e disponibilissime, anzi, ansiose di scambiare storie e avventure ci hanno accolti in case fatte di mattoni di fango e paglia. Con i letti rialzati da terra per evitare che topi e scarafaggi divorassero i loro ospiti mentre erano lì (premurosi, non so se a me, al posto loro, importerebbe se un ragazzo troppo curioso venisse divorato nella notte. Vuoi la realtà, eccoti dei topi dannatamente reali, cazzone.). Niente elettricità, niente acqua potabile ( bhé, c’era un lago intero, non ci pensavano nemmeno ai rubinetti loro…). Ma la cosa che mi piaceva di più erano i loro bagni. Erano molto rigorosi in fatto di toilettes: Ogni casupola infatti aveva, a una decina di metri, un’altra casetta, una struttura in mattoni di fango, con una porta, aperta in alto, dentro un buco. Fine del bagno ma almeno non dovevo più sporgermi all’indietro da un peschereccio in navigazione, come avevo fatto per tutto il pomeriggio.

La cena fu deliziosa. Pescado fritto e riso bianco. Pane di miglio e mate di coca (che, per chi si facesse delle illusioni, era un the fatto con foglie di coca, che maceravano sul fondo di una zucca cava, da cui bevevi con una cannuccia. Lo adoravo.

Dopo cena ci intrattennero con una festa popolare dove si ballava in cerchio, si beveva l’Arequipegna, la birra locale che piaceva di più e un po’ di pisco (si, senza la i. è un liquore fatto con il Mais fermentato. A me non piaceva, mi ci ero sbronzato una settimana prima ad Arequipa e ancora ne avevo la nausea). Era tutto molto buio e molto intimo. Persi di vista Marco, ma immagino stesse approfittando dell’intimità con una delle nostre compagne di viaggio.

Io andai nella casupola di fango a dormire. L’altitudine si sente. E poi ero molto stanco.

Era buio pesto quando mi svegliai. Maledetta diarrea. Ancora. Avevo imparato che se ti svegli la notte è inutile cercare di resistere. Sta arrivando. Puoi solo correre. Mi precipito fuori dalla porta, tanto dormivo vestito e con gli stivali. Mi getto addosso il poncho di lana e trovo anche il cappello con cui viaggio sempre. Devo assomigliare a Clint Eastwood in quella tenuta, ma, credetemi, ancora oggi sono i vestiti con cui mi sento più a mio agio. Prima o poi andrò in udienza vestito così, invece che vestito da zorro.

Fuori la notte era nera, le torce con cui gli indios avevano illuminato la festa erano spente da lungo tempo. Non si vedeva nulla. Provai una porta, sperando che fosse quella del bagno. Ero arrivato al tramonto e non mi ricordavo bene come fossero dislocate le casette. Di notte mi sembravano tutte uguali. Entrai sbottonandomi i pantaloni. A tentoni. Toccai un corpo. Poi una faccia. Una voce assonnata mi apostrofò in Aymara. Scappai. Altra porta. Non si apre. Ancora una. Niente. Cazzo. Non ce la faccio più.

Mi accovaccio lì, e la faccio. In mezzo alle case. Cristo che liberazione. Pericolo scampato, all’ultimo secondo. Cazzo, mi dissi, bevi l’acqua del lago. Che ti aspettavi, di cacare regolare come quelle stitiche della pubblicità? Bene, ora non mi resta che tornare al mio sacco a pelo. Nella mia casupola. Ma, cazzo, qual’era?

Merda, mentre giravo come un disperato alla ricerca del cesso mi sono perso tra le case. E non voglio neanche farmi trovare accanto al mio prodotto di giornata che, mi rendo conto, ho lasciato praticamente sull’uscio di una casa. Merda, fa un freddo cane.

Giro un po’, sempre più preoccupato (per la notte di sonno che avrei perso, se non altro). Arrivo ad uno spiazzo, con un recinto di pietre a secco. Mi appoggio. Ma di là dal muro c’è l’erba, quindi scavalco. Mi siedo contro un sacco e mi metto a guardare in alto.

Cazzo, le stelle. Non le avevo mai viste così grandi e vicine. Lo so che è l’effetto dell’altitudine, dell’aria rarefatta, ma soprattutto dei 4 km in meno di atmosfera terrestre a fare da filtro. Le stelle sul Titicaca sono bellissime. Quelle di quest’emisfero poi mi sono sconosciute. A parte la croce del sud. Le guardo assorto per un po’. Almeno fino a quando il sacco non inizia a muoversi. All’inizio non me ne ero reso conto. Ma il sacco, era caldo. Poi volta il collo, mi appoggia il muso alla spalla e inizia a mangiucchiarmi i capelli. Una pecora. Ero in un recinto di pecore. Che si avvicinano incuriosite.

Rimango un attimo interdetto. Cazzo faccio ora? sono pecore normali o quaggiù hanno abitudini particolari. Magari sono vendicative. In fondo ho addosso un poncho di lana. Magari lo conoscevano, prima che diventasse il mio poncho intendo. Invece no. Si limitano a stringersi intorno. E ci addormentiamo tutti. Io guardo le stelle e le pecore guardavano me. Mancavano solo una rosa e dei Baobab. In compenso c’erano le zecche. Ma lo avrei scoperto solo il giorno dopo. Quella notte era bellissima. Io ero laggiù e a casa mi aspettava una ragazza che amavo. Sorridevo, avrei passato lunghe notti a raccontarle tutto. Un giorno, ma non ancora.

martedì 7 settembre 2010

Crashes


Pensieri. Penso che ho ricevuto il mio regalo di compleanno sabato notte, verso le tre. Assolutamente inaspettata. ti sei presentata a casa mia con naturalezza ed un candore di cui non ti credevo capace. E pensare che non ci parlavamo da secoli. All’improvviso eccoti li, con un sacco di parole affastellate e, bhé, un sacco di altre cose, tutte bellissime.
Era una notte che da triste stava volgendo in meglio. Sembrava una canzone o un pezzo di una serie tv, di quelli in cui la camera parte dalla porta chiusa, con il suono del campanello. Il protagonista, che come me è sempre sveglio e vestito, si avvicina di spalle alla porta e la apre. Stacco sul volto di lei, sorriso, la camera in esterno, lei che entra, la porta si chiude, dissolvenza. Mattina.
Ecco, esattamente così. Solo che io la parte nel mezzo l’ho vissuta.
Codice giallo, sto ripartendo lentamente, distaccato. È tardi e l’ambulanza mi sembra così pesante, così lontana dai miei pensieri. Mi avvio piano e attraverso il semaforo rosso e deserto. A quest’ora non c’è nessuno per strada e sono in una zona che conosco benissimo. La faccio tutti i giorni. Tutto è così silenzioso. Non accendo neppure le sirene. Non c’è n’è bisogno e poi io odio le sirene. Mi gridano addosso ed io odio le grida.
Abbiamo parlato per ore e, per una notte, tutto mi sembrava a posto. E i miei mille pensieri accantonati, rimossi e lasciati fuori. Con te quella sera mi pareva di volare alto, molto al di sopra di me stesso, dell’esame imminente, della fatica e della mancanza di sonno.
Io penso che la vita sia fatta a cerchi, per cui le cose iniziano e finiscono. Ma poi tornano sempre e tutto quello che ha avuto inizio avrà una fine che sarà un nuovo inizio. Un concetto molto zen e molto happy days, quasi mi viene voglia di cancellarlo tanto poco mi si addice. Ma è proprio così che va.
Aggeggio con la radio, invio i codici nell’ordine corretto: 2nd-3-0-02-S, che in italiano vuol dire più o meno stiamo arrivando e portiamo qualcuno che sta male ma non tanto male da aver bisogno della sala rossa. È tutto così automatico è tutto così facile…
La mattina sei andata via e io mi sono accorto che ero stato… colonizzato. Proprio così, mentre non guardavo, ti sei presa il mio cassetto. E ci hai lasciato il tuo pigiama (e il fatto che tu ti sia presentata al tuo primo appuntamento portandoti dietro il pigiama già è indicativo di per se…:-), in bagno il tuo spazzolino. Mi è venuto da sorridere. In questa storia non ero io ad avere l’iniziativa. Per niente. Ma va bene così in fondo i miei giorni trascorrono sui libri, come se fosse una tortura. Sono 3 mesi che non è passato giorno che non mi abbia visto per almeno 6 ore sui libri. E i giorni di 6 ore erano vacanza per me. Quindi, se qualcuno decide per me, a me va bene.
Chi cazzo me l’ha fatto fare. Io volevo fare l’archeologo, non l’avvocato. Ingranaggi. Girano e ti catturano, passa il tempo, c’è un sacco di movimento e tu sei comunque sempre ancora lì, preso nel mezzo.
La strada è dritta. Rassicurante, la velocità adeguata alle circostanze, abbastanza lenta e costante da garantire un viaggio senza scosse. La radio bippa. Leggo il codice. 02. Cazzo, ho sbagliato a digitare qualcosa. Devo inviare di nuovo tutto. Inizio a scrivere di nuovo, l’ambulanza procede spedita.
La sera dopo infatti sei tornata. All’improvviso, di nuovo. E i discorsi tra noi si sono fatti più seri. E io ho capito che quelle parole, quelle carezze, quelle emozioni, erano nuove ma già vecchie. Le avevo già vissute, le avevo tutte già sentite. Anche questa è una storia che si ripete. E io non posso farmi prendere di nuovo dall’ingranaggio. È più forte di me. Vorrei lasciarmi andare, vorrei aprirmi, seguire il corso delle cose, fottermene delle conseguenze o fare finta che, come dici tu, il passato non ci sia.
Vorrei davvero non aver tirato su mura impenetrabili, vorrei credere ancora che l’amore è una cosa bella e che tutto va sempre a posto. Vorrei davvero corrisponderti. Mi piacerebbe, davvero, ma sono qui con te, steso nella notte, mentre tu dormi accanto a me ( a proposito, russi, sarà perché hai pianto…) e penso a quello che ti ho detto.
È una frazione di secondo. Mi rendo conto all’improvviso che si, è notte, la strada è quella di tutti i giorni, ma cazzo, quello è il ponte basso ed io non ci passo, non con l’ambulanza. Cazzo, perché ho imboccato questa strada cazzo!. È un lungo secondo al rallentatore, la frenata è immediata, ma è troppo tardi. L’attimo si cristallizza. Lo stridore delle gomme ed il rumore dei vetri infranti. Le grida dietro, il dolore allo sterno, le luci della barra che esplodono e la consapevolezza del disastro. La camera stacca, esterno sulla polvere ed i calcinacci che si depositano, sui nostri corpi sparsi qua e là mentre attendiamo l’adrenalina che ci farà scattare in piedi, a controllare se stiamo tutti bene. No, non stiamo tutti bene. Io non sto per niente bene, dentro di me fa male tutto ma non è un dolore fisico. Fuori sono illeso.
Perdonami bimba, ma ho paura che di me non riuscirò a darti che un cassetto.