giovedì 22 luglio 2010

Summer Snakes

Che palle.

Arrivare alle tre e trentacinque rigirandosi nel letto sforzandosi di dormire.

E invece riesco solo a pensare a storie prive di senso e pensieri girovaghi e tortuosi, che si rincorrono seguendo intricati percorsi fatti di memoria, rancori e tanti se.

Decido di arrendermi all’evidenza. Niente sonno. Tanto vale scrivere.

Scrivere di tanto tempo fa. Di quando da grande volevo fare il naturalista.

Ecco, a pensarci bene fare il naturalista mi sembra un po’ generica come professione. Un po’ sfumata.

Ma era comunque un passo avanti. Alle elementari infatti avevo in testa un’altra professione. Volevo fare il principe. La vedevo come un ottima scelta. Mi piaceva tutto dell’idea di fare il principe da grande. Soprattutto la spada, il cavallo e la principessa. Anche la guerra immagino.

In classe mia, alle elementari, non è che godessi di un’immensa popolarità. Tutt’altro.

L’idea che volessi fare il principe poi infastidiva molti. Si perché gli altri, i normali, si dividevano in futuri calciatori e futuri poliziotti (alle ragazze non ho mai chiesto cosa volessero fare da grandi. In realtà alle ragazze non credo di aver chiesto proprio nulla alle elementari. Per me erano parte della classe, come i banchi e le sedie, solo che loro, stranamente, facevano educazione fisica con noi, i banchi no).

E incredibilmente a dirsi, i calciatori erano più simpatici. I poliziotti invece non li sopportavo proprio.

Avevo con loro tutta una serie di discussioni incentrate sul ruolo politico-sociale che le rispettive figure lavorative rivestivano per la società contemporanea. Soprattutto alla luce delle teorie di Foucault.

- Da grande farò il poliziotto perché è il più meglio assai (che ci volete fare, abitavo a San Paolo…)

- Ah si? Io invece faccio il principe.

- Il poliziotto neppure lo sa cosa che minchia è un principe (questo probabilmente è vero…), perché è più importante lui assà.

- Il principe se vuole licenzia il poliziotto.

- I poliziotti sono fichi. Hanno le pistole e se vogliono ti sparano e poi t’ammuortano ( evidentemente Nicola studiava logica aristotelica…) .

- Io ho la spada e comunque ho l’armatura. Puoi sparare quanto vuoi.

- E iì t’arrest’!

- E io ti faccio decapitare te e tutta la tua famiglia.

A questo punto era troppo tardi per salvarsi dalle botte che inevitabilmente prendevo a raffica da tutti i futuri poliziotti presenti. Erano decisamente troppi.

Il problema è che a me i libri avrebbero dovuto levarmeli subito, finché avevo ancora speranza di diventare un ragazzo normale. Magari dovevano obbligarmi a giocare a calcio… ora sarei fidanzato, probabilmente.

Come la storia del naturalista di cui vi dicevo…

Il problema è che avevo scovato l’anello di re salomone, libro capace di traviare anche le menti più solide con storie di anatre e pappagalli. Scritto da Konrad Lorenz.

La mia idea quindi era di vivere in una casa di campagna circondato da tutti gli animali che mi piacevano di più, tra cui rientravano, abbastanza incompatibilmente, orsi e leoni, ma anche papere, scimmie ecc. ecc.

Nel libro si diceva come lui avesse iniziato studiando la natura e raccogliendo ogni tipo di animale.

Ecco, se quello bisogna fare per essere accettati quali naturalisti, bhé, quello avrei fatto.

Così le mie estati dagli zii, dove l’immensa campagna maremmana ampliava moltissimo le mie possibilità, divennero infiniti giri solitari, nelle ore più impensabili, alla ricerca di tutti gli animali. Noè mi faceva un sega a me.

Quel pomeriggio in particolare era di canicola pesante. Tutti dormivano o riposavano in pace da qualche parte all’ombra. i miei erano al mare, che è a due passi. Io non avevo voglia di dormire. Ho sempre odiato dormire per la verità.

Così mi incamminai per la strada che divideva i casolari dei miei zii, poco oltre le stalle. L’unica sveglia a quell’ora era Rondinella, che era il cavallo di mia cugina e che occasionalmente potevo cavalcare anch’io.

Mi ricordo perfettamente la strada, circondata dai campi. Tutto intorno a me era giallo o ocra intenso. I campi di grano, le sterpaglie, i campi di girasoli. Persino le colline verso Allumiere erano ocra bruciata. E così per chilometri. Camminavo lungo la strada, uno stretto nastro di asfalto che da una parte raggiungeva l’aurelia.

L’aria vibrava di colore, le immagini tremolavano e in mezzo andavo io, vestito nei modi assurdi in cui si vestono i bambini se li lasciate fare. In testa avevo il cappello dei mangimi purina. Ne andavo fiero, perché nella mia mente assomigliava molto ai cappelli con la falda ripiegata dei soldati australiani. Almeno nei soldatini che avevo io. Ai piedi dei sandali di gomma rossa mezzi rotti, del modello che, se eri un bambino negli anni ottanta, non potevi non avere. Ti facevano puzzare i piedi in modo fantastico. Un giorno con quelli e la sera potevi stare ore ad annusarti i piedi e a togliere le pellicine. Probabilmente era per questo che i bambini di allora li adoravano.

In mano uno stecco lungo, un po’ fucile e un po’ spada. A seconda delle situazioni.

Camminavo e ogni tanto entravo nei campi. Quelli che mi ispiravano di più, alla ricerca di animali. Speravo di trovare i conigli o le volpi che si incrociavano la notte, su quella stessa strada, quando venivano stanate dai fari dell’auto e restavano a fissarti con gli occhi luminosi finché non passavi.

Invece trovai una vipera sotto un sasso. Grossa anche.

A me i serpenti hanno sempre fatto paura. Ma ero un naturalista. E i serpenti... Beh, non ero troppo sicuro ma… magari Lorenz l’avrebbe presa con se. Aveva preso le allodole e le anatre.

Mi avvicinai e lei si mosse. Troppa fifa per fare altro: trasformai il mio stecco in una spada e vibrai un paio di fendenti alla testa. Lei morì travolta dalla mia superiore abilità con la spada. Avevo ragione io. Gli fa una sega il poliziotto al principe.

Avevo un trofeo e… si, potevo comunque studiare la vipera morta. Corsi indietro e sgattaiolai in cantina, dove erano riposti i barattoli per quando si sarebbe fatta la conserva, appena avessimo finito di raccogliere i pomodori dai campi.

Tornai sul posto e, dopo un po’ di esitazione presi la vipera per la coda. Cazzo se era grossa. Tenendola davanti a me quasi toccava terra. Quasi. La infilai nel barattolo e tornai verso casa. Sapevo che dovevo immergerla nell’alcool se volevo che si conservasse (non ho mai capito perché i bambini, tutti i bambini, sanno queste cose assurde… è l’istinto di chi si mette nei guai?).

Quindi giunto a casa prendo un boccia di alcool rosa, apro il barattolo e inizio a spruzzare la vipera, nell’intento di sommergerla.

Solo che dopo pochi secondi questa inizia a muoversi, agitandosi un sacco e sbattendo da tutte le parti per tentare di uscire dal barattolo (questo a Lorenz non era capitato di sicuro, merda). Non so con quale istinto ma tappai subito il barattolo.

La vipera era chiusa dentro, incazzata per lo scherzetto dell’alcool e mi guardava con uno sguardo molto poco rassicurante. Almeno pareva a me.

Che cazzo ci facevo ora con una vipera incazzata in barattolo? Di liberarla neanche per idea. Ora sapeva anche dove abitavo.

Perché quando servono gli adulti non ci sono mai? Dovevo cercarne qualcuno. Qualcuno in gamba. l’unico posto che mi veniva in mente era il bar del paese. È sempre aperto e c’è sempre qualcuno. Ma era tanta strada da fare a piedi. Quindi il principe naturalista si ricordò del suo cavallo. Era bianco, si chiamava Graziella e aveva un pedale fatto di legno e scotch. Perfetto.

L’unico problema era dove mettere il barattolo. Nel portapacchi neppure per idea. Se si liberava non volevo averla alle spalle mentre pedalavo ignaro. Nei film finivano sempre male quelli che pedalavano ignari con il pericolo alle spalle. Eppure c’era anche la musica che cambiava, avrebbero dovuto accorgersene. Invece mai. Non si rendevano mai conto di un cazzo e continuavano ad andare e aprivano quella cazzo di porta.

Allora, pensai di metterla davanti a me in un cestino. Che la bici non aveva. Ma la zia si. Se ero veloce, magari non se ne sarebbe mai accorta. Tanto ci teneva solo gli aghi e i fili.

Legato alla meglio il cestino alla bici ci ficco dentro il barattolo con la vipera che pareva ancora maledettamente incazzata. Porca merda.

Mezz’ora di terrore dopo ero dentro il bar. Era uno di quei bar che vendevano di tutto, dai gelati alla pasta, dal sugo ai sottaceti. Era buio come erano tutti i posti pubblici d’estate, prima che arrivasse l’aria condizionata. Ed era semivuoto. Un paio di ragazzi ai videogame, il barista addormentato sulla sedia vicino alla cassa, un paio di signore sedute che si sventolavano con i ventagli e che, annoiate, aspettavano di morire.

È incredibile come i bambini sopra i 5 anni divengano improvvisamente invisibili. Fina 4 anni, 11 mesi e 30 giorni, ovunque vadano vengono circondati da folle affettuose intenzionate a chiedergli le cose più assurde, così, per vedere se sanno parlare, o a tocchicchiarli ovunque, nella speranza che questi siano così educati da ridacchiare. O peggio, tentano di baciarti. Io odiavo essere baciato e toccato. Soprattutto dalle vecchie.

Comunque in quel periodo ero,come ho detto, invisibile.

Infatti entrai e nessuno mi cacò nemmeno di striscio. Faceva troppo caldo per cacare un bambino con un cappello ed un barattolo, immagino.

Mi resi conto che non c’era nessun adulto rassicurante a cui affidare la vipera, la quale, tra l’altro, nel frattempo pareva essersi un po’ calmata.

Ci pensai su e decisi che questa storia mi aveva un stufato.

Pensai quindi che, se avessi lasciato la vipera da qualche parte, qualcuno l’avrebbe trovata e avrebbe risolto il problema. Tuttavia ora io non volevo più entrarci nella questione. Infatti, passata la paura, mi rendevo conto che, se qualcuno raccontava ai miei che me ne andavo in giro con un serpente velenoso in un barattolo, ne avrei buscate fino a natale. E natale era lontano.

Quindi di lasciarla sul bancone neppure per idea.

Mi guardai intorno e la soluzione venne da se. I sottaceti. Splendido, i barattoli erano anche simili.

Appoggiai con discrezione il barattolo sullo scaffale, lo spinsi dietro la prima fila e mi defilai.

Chi abbia trovato la vipera non l’ho mai saputo e Konrad Lorenz aveva smesso di essere questo mito assoluto.

lunedì 12 luglio 2010

Party Girl

Ho conosciuto la mia party girl venerdì, alle 6.45 di mattina, in centro.

Esatto gente, è proprio un’altra di quelle storie fantastiche piene di supereroi e sarcasmo, con una vena di malinconia di fondo che solo alcuni tra voi sono in grado di percepire (alcuni “i”, sia ben chiaro…).

In sottofondo suonano i Radiohead, fuori la notte è calda e appiccicosa, nemmeno le rane hanno più voglia di fare casino. È tardi anche per loro. Uno strano insetto cammina sulle mie parole, cercando di intercettare il cursore. È simpatico, ma non troppo sveglio. Lo manca sempre.

Sto bevendo the bollente. Lo so, sembra una cazzata. Almeno a me sembrava una cazzata in Mali, dove l’ho imparato. Invece, se bevi the bollente quando fa caldo, tutto va a posto. Credetemi, funziona.

Comunque, la mia party girl ha 8 anni. Ed è incazzata. Molto incazzata. Probabilmente ha ragione lei.

Appena arriviamo a casa sua, io e quei tre sfigati che mi sono rimasti per squadra, conosciamo sua madre.

Neanche quarant’anni, un tempo molto carina (a giudicare dalle foto sparse un po’ ovunque), le tette in evidenza sotto una camiciola il cui mestiere non era certo quello di coprire alcunché.

La casa invece mi piace. Piccolissima, con un soppalco su cui è stato posto un letto matrimoniale e un armadio. Un tavolo, un paio di librerie, quasi null’altro. Semplice e carina.

La conversazione si fa subito surreale:

- ‘giorno.

- …. …. …. (lo so, ma alle 6.45 non sono molto comunicativo)

- Ècheiononnepossopropriopiùnoncelafaccioadandareaventicosìèildiavolo.

- Signora, mi hanno detto che c’è una bambina che non va di corpo.

- Cosa?

- Non caca.

- Chi?

- Non lo so, signora, me lo dica lei.

-

- Signora?

- Mi butta le cose in terra.

-

- Io glielo ho anche date.

- Ha fatto bene.

- Ma lei me le ha ridate più forte!

- Scusi, ma quanti anni ha?

- Chi?

- La bambina, gesù!

- 8 anni

- E perché non gliele ha ridate più forte ancora? (empatia,la mia si chiama empatia)

- Mi hanno detto di chiamare lo psicologo.

- Ottima idea, allora noi possiamo andare…

- No, mi ha dato l’appuntamento a tra un mese e io che faccio intanto? (non so, un corso di autodifesa?)

- N., vai a vedere la bambina, intanto.

- È di sopra.

- Quassù non c’è…

- Sinascondesempreioglielodicomaleisbattelecoseperterraeivicinisilamentano,anchelorochevogliono,èlabambinamicaiodevonocapirechepoi…

- Hanno ragione.

- Chi?

- I vicini.

- Quassù non c’è nessuno. (perfetto, davvero perfetto. Occhiata eloquente alla signora: Magari invece dello psicologo potrebbe provare con lo psichiatra… ci sta che le risolva il problema).

- C’è una porta del bagno, magari è in bagno…

- Bagno? C’è un solo bagno ed è quaggiù, ma che dice.

- C’è una porta, che faccio apro? È uno sgabuzzino (si, dai, varca la soglia che andiamo tutti a Narnia…).

- Qui non c’è nessuno. (le bambine sono come le fate, non lo sapevi? Prova a seguire il filo d’argento…).

Decido che N. non è la persona adatta per effettuare le ricerche. Salgo anch’io ed entro nello sgabuzzino. nota per N. se c’è un letto con una trapunta(a luglio, con 30 gradi!), si chiama camerina, non sgabuzzino, anche se è un metro per due…

Mi guardo intorno. In effetti non c’è nessuno. Immobilità assoluta. Ci metto un attimo a capire.

I bambini di solito fanno esattamente quello che farei io in situazioni simili.

Mi chino e alzo le coperte.

- Vieni fuori piccola.

-

- Dai, che non è carino se tu stai li ed io ti parlo da qua.

-

- Vuoi dirmi che succede?

-

- Ok, ciao

-… tu…. tu…tu… pronto 118! (e come dubitarne…)

- si, è la treuno la bimba sta bene, è sotto il letto e non vuole venire fuori. Nessun problema, io andrei anche via.

- aspetta in linea! (loro non parlano, danno ordini...).

-…

- aspetta!

- … (musica in sotto fondo. Sembra highway blues. Mi domando come mai piacciano tanto i successi USA degli anni 50…).

- si pronto? (voce femminile, calda e sexy)

- ciao… (voce mia, calda e sexy).

- ma chi è?

- io sono l’ambulanza e tu chi sei? (tono insinuante, come se stessimo ad una festa e lei fosse la ragazza più carina dei dintorni… sono proprio un deficiente alle volte, ma mi viene spontaneo…)

- Ma, io sono la dottoressa della centrale 118, chi è che parla!

non era una domanda e non voleva alcuna risposta, così mi limito a spiegare anche a lei la situazione, sottolineando come a) non ci fosse alcun problema e b) in ogni caso non potevamo fargli nulla (non esiste un farmaco che faccia passare l’incazzatura ad una bambina di 8 anni…).

- Bene, mando l’ambulanza col medico (e invece, evidentemente, esiste).

E riaggancia. (cazzi tuoi bimba, tanto non eri affatto la più carina della festa…)

Dopo un paio di decine di minuti arriva la ssn enterprise, con a bordo, oltre al solito equipaggio di sfigati vestiti come il capitano Kirk, anche una delle mie due dottoresse preferite.

Questa per la precisione è molto carina, molto competente e assolutamente indifferente a qualsiasi cosa i pazienti abbiano da dirle. Lei si occupa di emergenza, non di consolare o dare consigli generici da medico di famiglia. E io l’adoro. E lei adora me… Peccato che lei sia molto troppe cose…

Rapido riassunto del problema. Fatto questo le dico che noi andiamo via.

- non ci pensare neanche.

Ok, tanto oramai è tardi per tornare a letto ed in fondo non mi dispiace vedere come si chiama la medicina che fa passare l’incazzatura. Magari ne avanza un po’ anche per me. Io adoro i farmaci.

Saliamo insieme sul soppalco, che è molto stretto e c’entriamo a mala pena tra il letto e la porta.

Immediatamente però tra noi si insinua prepotentemente una figura maschile. Che dal suo metroesettanta di imponenza mi squadra trasmettendomi il suo messaggio: tra di noi uno è di troppo. Lei è mia (si, nei tuoi sogni umidi, sfigato…).

Lo guardo anch’io e con un sorriso accattivante e sincero, come riesce solo a me, gli trasmetto il mio: wow quanto sei figo… perché non ti chini a succhiarmelo, già che ci sei?

Ma, al solito, devo averlo pensato a voce troppo alta, perché lei mi sorride ridacchiando e lui mi spinge via ed entra nella cameretta.

- Esci fuori dai, che ti visito (ho detto che è competente, non che è anche gentile…)

- Via esci fuori…

- Dottoressa, se vuole ci penso io, levo il materasso e la rete…

Lo guardo meglio. Mi ero sbagliato su di lui.

Non è un coglione. No, è proprio un’imbecille.

Di quelli che speri sempre che si estinguano in fretta, come i fighetti, quelli con la mini e quelli che giocano a calcetto.

Stavolta sono io che lo spingo via. Mi chino verso la bimba e facendo la mia migliore imitazione di Jerry Lewis, me esco con:

- Guarda che questi fa-fa-fa-nno sul seeerio piccola, sono caaattivi davvero, mica come noooi.

A questo punto purtroppo mi ricordo che faccio cacare a fare le imitazioni di Jerry Lewis. E poi nessuno neanche sa più chi cazzo era Jerry Lewis…

La mia party girl però mi guarda da sotto il letto. ha gli occhioni grandi ed è spaventata. Però sorride. Un po’.

Allora mi sdraio anch’io e mi infilo con lei sotto il letto. in effetti non si stava affatto male. Il pavimento era fresco e le coperte ti impedivano di vedere i piedi degli adulti intorno a noi. Sarei voluto restare anch’io li sotto per un bel po’.

Le ho chiesto cosa c’era che non andasse. Se c’erano problemi con la mamma. Mi ha detto che il babbo non abitava più con loro. Le ho detto che avevo capito. Il problema era che il letto di là era disfatto da tutte e due le parti. Le ho detto che alle volte il mondo fa un po’schifo. In generale.

Ha fatto sisi con la testa, ma non a me. In generale.

Le ho anche mentito. Le ho detto che le cose migliorano sempre. Ma non sono bravo a dire le bugie e lei se ne è accorta subito.

Dopo poco siamo dovuti uscire fuori (io, lei ha solo messo la testa fuori e ha sorriso alla dottoressa).

In fondo è stato un servizio deludente per tutti. Nessuna vita da salvare per gli eroi di star trek, nessun mondo fantastico dentro lo sgabuzzino per N., nessun caso clinico interessante per la mia dottoressa preferita e soprattutto, nessun farmaco della felicità per me.

Appena prima di risalire sull’ambulanza (la mia era parcheggiata per sbieco, un po’ come capitava, con i lampeggianti spenti. Quella del supereroe era perfettamente posizionata, come da protocollo con tutto acceso, in modo che i piccioni, gli unici in giro a quell’ora, capissero che lui era in codice giallo…), mi rendo conto di essere un gran maleducato, stavo dimenticando di salutare. mi volto e sorridendo come un imbecille punto la mano a forma di pistola verso il cretino. Lo guardo e faccio: bum! (adoro quando mi faccio nuovi amichetti con cui giocare…)

Sulla via del ritorno mi sorpassa sgommando.

giovedì 1 luglio 2010

A Dream of a Thousand Cats

01.47 am

Il sonno non vuole arrivare neppure stanotte. È la terza notte. Oramai perdo il controllo sempre più facilmente. Stamattina alle 06.45 ho minacciato di morte un vecchio che lavava un secchio sotto la mia finestra. Mi sembra di cogliere ovunque sguardi interrogativi e straniti. Nelle persone che conosco e in quelle che non conosco. Saigon. Cazzo, sono ancora solo a Saigon. Chi riconosce la battuta capisce anche come mi sento. Ho anche i Doors sotto, che non aiutano per niente.

La birra è calda. Neppure il mio frigorifero funziona più. Dall’odore direi che orami c’è qualcosa di marcio dentro. Verdura probabilmente. Spero si decomponga in fretta, perché so già che non lo toglierò di li. Non io almeno.

Prima mi sono anche guardato allo specchio. Non ho un aspetto sano. Non mi ricordo da quanto tempo non mi rado. Oggi ero in udienza con la barba lunga. Sono passato avanti a due avvocati e ho imposto al giudice di farmi un rinvio. Senza formalità, senza spiegazioni. L’ha fatto. Sono corso via.

Mi sembra di vivere in un mondo ovattato. Fuori dal tribunale c’era una gruppo di persone con delle bandiere rosse. Urlavano qualcosa e ho pensato che l’avessero con me. Anche loro. Mi ci è voluto qualche secondo per capire che era la cgil che si prendeva un anteprima allo sciopero di venerdì. Li ho guardati estraniato per qualche secondo e ho lasciato cadere il volantino che mi hanno messo in mano.

Se almeno sapessi da dove è iniziato tutto. Sapessi cosa ho, cosa mi succede.

Prima di arrendermi all’evidenza del non sonno anche per stanotte stavo pensando alla casa dei miei nonni. Ora è diventata la casa di mio zio per la verità.

Ci vive con tre gatti. La casa in cui ho passato le estati della mia infanzia è diventata una specie di ricovero per animali sommerso dai libri, abitato da un intellettuale privo di vita sociale perché disgustato dalle persone. È come guardare nel futuro.

Comunque non pensavo a questo. Pensavo ai gatti.

Da che ho memoria in quella casa hanno sempre abitato gatti. Mia madre dice che li ci sono stati gatti da quando mio nonno costruì la casa, negli anni cinquanta.

I gatti sono animali territoriali. Ed io scomposto al centro del mio letto, sdraiato solo su un lenzuolo aggrovigliato che lascia in parte scoperto il materasso, li guardavo camminare in quella casa, così familiare, così distante nel tempo.

I gatti di oggi che camminano rasenti i muri si staccano da ombre antiche, di cui conosco i nomi.

Li riconosco tutti. Li accarezzo tutti.

È come se la casa mi restituisse la loro memoria. I loro posti preferiti, i loro modi di fare, le loro stranezze.

Hanno dei nomi assurdi, anni ottanta, quando ancora li associavo ad un essenza e non ad un idea. Pippo, lilla, gatto, nero, grigione e altri, altri altri.

Le ombre si allungano sinuose sui muri scoloriti, su mobili di epoche dimenticate, su ambienti che ogni volta che vi torno mi meravigliano per come siano rimpiccioliti. Saltano su cassettiere che scopro vuote, mentre le ricordo piene. Spero sempre di ritrovarvi dentro quel foglio di soldatini di carta che smarrii un tempo e che ho cercato invano per tre estati di seguito.

Anche li, solo ombre e un odore familiare che non sono sicuro di sentire davvero.

Le ombre dei mille gatti dei miei ricordi saltano sul mio letto. si fondono insieme, si accovacciano e si raggomitolano, nonostante il caldo, nonostante la loro immaterialità. Dietro l’ombra c’è una scritta, a lapis, tracciata da mano infantile. “lascio il mio letto a pippo il gatto”. Avevo 8 anni e la mania dei testamenti. Non so perché la scritta sia rimasta lì, sul muro di camera mia. Ma c’è ancora e ci resterà per anni ancora.

Persino le coperte sono quelle di sempre. Anche i pigiami. Non uso un pigiama da vent’anni, ma loro sono sempre li. Immoti ed in attesa. L’ombra si stiracchia e si avvia giù per le scale. Non posso che seguirla. Arrivo in cucina, odori e rumori che echeggiano lontani, quasi che l’eco non si esaurisca mai. Mi volto a guardare l’ora ad un orologio da muro che non c’è più. È stato tolto. Rimane solo il chiodo. Eppure vi leggo l’ora, anche se ora non la ricordo più.

L’ombra gattesca cerca il mangiare nel solito posto. Anche se è perplessa.

Alcuni cercano gli avanzi in un vassoio di plastica, altri croccantini nella ciotola. Ognuno abituato ad un diverso regime alimentare, al passo con i tempi.

Apro gli occhi e mi distacco dal passato, dai miei pensieri sgangherati. Guardo l’ora e mi rendo conto di essere ancora qui, solo, mentre fuori la notte umidiccia e maligna mi appiccica addosso. Bestemmio in silenzio un dio qualsiasi. Ma non Bastet.

Con la mente li accarezzo ancora una volta. Li so laggiù, vaganti nella memoria di una casa immensa, di cui conoscono ogni angolo di ogni piano. Ognuno padrone della stessa casa, degli stessi ambienti degli stessi cuscini. Ma in tempi diversi, lontani fra loro, che nessuno, a parte me, ricorda più. Tornano stanotte a raccontarmi le loro storie, a farmi sognare di mille gatti che non ci sono più.

lunedì 28 giugno 2010

SMS

Stasera il mio cellulare conta 160 messaggi ricevuti. 88 inviati.

Il più vecchio è del 27 maggio u.s. neppure un mese fa.

Ricevo un sacco di messaggi ultimamente. Quasi tutti femminili. E pensare che non ho in essere neppure una relazione.

Prima di cancellarli ho deciso di commentarne alcuni, in ordine sparso e non sempre consecutivi. non me ne vogliano i rispettivi, anonimi, autori. Insieme formano una storia, la mia, che è del tutto svincolata dalle loro. I messaggi sono estrapolati e tagliati, ma non modificati o alterati in nessun modo. Non traete conclusioni affrettate.

N.B. la punteggiatura l’ho inserita io. Il più delle volte i messaggi ne sono privi, quasi che avere solo 160 caratteri esimesse dalla necessità di comporre testi comprensibili.

- Stavolta era contenta, forse il suo “compagno di vita” l’ha soddisfatta. Non ti dispiacere. Nessun dispiacere anche se non capisco dove tu abbia tirato fuori questa congettura.

- sei in libreria? No, il pomeriggio mi piace lavorare… sono un tipo all’antica.

- Come sta la papera? Tutto bene e tu?

- … hai presente la canzone di lucio battisti “e penso a te”? ecco..Quella! fico, di solito mi tocca marco masini.

- Vaffanculo! Ecco, appunto.

- Però mi piace essere carina con te… visto che di solito non facciamo altro che discutere. Adoro quando sei carina con me, ma di solito non fai che discutere.

- Perché dici questo? (non ricordo cosa, per la verità)… anche se hai paura di farti male io ti voglio bene.. e questo a dimostrazione del fatto che non ti do pace (etc.. etc..) in un altro mondo, in un altro tempo. Ma non ora, non qui, purtroppo.

- Vorrei dimostrare quello che dico… a disposizione. Oops.

- D’accordo, sono stupida, devo smetterla di dirti queste cose (in effetti dovresti…). Questa situazione è solo causa mia.. fai bene a tenere le distanze. Adoro essere compreso.

- Ciao R., finalmente mi hanno assunto alla coop di campi. Baci. Mi fa piacere piccola.

- Perché non sono più capíta.. per una cosa o un’altra non ho avuto modo.. che mi dici? Cápita…

- Mi ha sbalordito la tua chiamata di oggi… non avevo ancora realizzato che ti interessasse di me… davvero… infatti non ho parlato perché mi sono commossa:) wow non pensavo di essere tanto eloquente.

- Sono in libreria… io sempre a lavoro, grazie.

- Ciao, stasera 20,30 Ok? Tigre1. Ok.

- Sei un grande. Sempre saputo.

- Magari invece stanotte te le facevo toccare e la prossima no! Uffa!

- Dormire beata li non c’è proprio verso. Vedi tu.

- Potresti darmi una risposa. Troppo incazzato con il mondo e con me? Lo sai che non rispondo mai.

- Domani all’una vado a prenotare la roba a mondo convenienza. Sono davvero felice per te…

- No scemo era xdirti se vuoi venire o non dovevi comprare il tavolo che prendi in giro grullo. Mi sa che ti sei dimenticata un po’ di virgole qua e la.

- così deprecabile da non meritare neppure gli auguri..?! proverò a pensare che te ne sei dimenticato. Infatti me ne ero dimenticato. In ogni caso spiegatemi una cosa: non avevi detto che non ci saremmo più visti perché ora la davi ad un altro? (ammetto che tu hai usato parole leggermente diverse)...perché cazzo io non dovrei prendermela se la date ad un altro e voi invece vi incazzate sempre se non vi faccio gli auguri? Che cazzo ve ne frega degli auguri? E in ogni caso io mi dimentico sempre dei compleanni.

- Ti ho preso i libri, sono in anglicano. (in effetti era quello il motivo per cui te li ho fatti prendere a londra…). La regina gli ha chiesto diversi favori, è un amica. Dice beppe che l’ottanta per cento degli avvocati è passato agli scritti. Di’ a beppe che le stime definitive danno il 62% di ammessi. Tra cui non rientra purtroppo la mia compagna di studi preferita.

- Chi c’è per un marrin o un axis stasera? Io no.

- Sieg heil! Heil

- A te fa male questa distanza? È un ossimoro. Almeno dal mio punto di vista.

- Allora, perché non mi rispondi? Stesso motivo di sempre.

- Io penso ciò che scrivo.. e come dubitarne?

- Ciao, sto passando davanti alla tua ex casa… un pensiero per te! Ricordi poco casti eh…

- Ciao. Ti aspetto ore 20.15, ok? Tigre1. yep.

- Non ti dico neanche frasi del genere “come ti salta in mente di dare il mio consenso prima di chiedermi se mi vada bene” perché considerato che sei te questo tipo di cose rientra perfettamente nel tuo stile. Che vuoi che sia mai dare il tuo consenso ad un viaggio nell’Angola a guidare le ambulanze. Davo per scontato che saresti voluto venire. Chi non lo vorrebbe?

- A che ora esci da lavoro? Piacerebbe anche a me saperlo.

- No perché volevo essere da quelle parti x chiacchierare. Brutta idea, io odio parlare.

- Io si, niente di interessante, ma qual cosina veniva fuori… cmq. Se non puoi non importa. Tanto parlare non porta mai a niente. A meno che non si parli di calcio. Alle donne piace.

- A questo punto dovrei chiederti scusa per essere lunatica.. si, dovresti proprio.

- Ritardo 10 min… strano.

- Sono arrossita… che carina!

- Sinceramente… cosa hai pensato appena mi hai vista? Posso non dirlo?

- Mi sbalordisce il fatto che io possa cambiare i tuoi modi… sei diverso quando ci vediamo… non credi? Infatti c’è un motivo se ora non ci vediamo più, non credi?

- Perché? Non ti era già successo? Appunto. So già come va a finire.

- Ok scusa. No problem, errore mio.

- Magari potesse continuare quest’errore. Ora esageri eh!

- Solo per stanotte ti avrò per me, il tuo sguardo, la tua voce… uno dei miei messaggi preferiti. Shakespeariano e romanticamente disperato. Come la situazione.

- Fai schifo!Asd… -.-“ io non lo mi sbilancio 3 secondi e rovini tutto… uff. sono fatto così.

- Gnamo quanto ti ci vole a fare le bombole!:) ma non eri fidanzata tu? Perché mi stai aspettando impaziente?

- Ahimé solo per stanotte. Come tutti i sogni, all’alba svaniscono.

- Ieri mi ero dimenticato di dirti che mercoledì alle undici e quarantacinque vado a rinnovare il vaccino per l’epatite a. se chiami allo 0574 puoi sentire se tu mettono alla mia stessa ora, il ticket costa 35 euro. In effetti mi scade il vaccino.

- Sono di nuovo contattabile dalle 14.15 del 18/06. ChiamaOra di Tim! Ecco una notizia che mi rende felice. Evviva.

- Credo che non dovremo sentirci più… già passato l’entusiasmo eh.

- Puoi rispondermi? Che ti devo dire?

- Dimmi che anche tu non vuoi più sentirmi così mi metto l’anima in pace e non mi viene più da piangere quando ti sento. Mi spiace.

- Addio. Cia’

- Domani portati l’armata. Ore 14.30. tigre1. Ci saremo io e tutta la 3 pzrgrnd ko. 2 ss div. “das Reich”.

- Giovedì ti lascio il libro sotto il tuo cuscino, ricordatelo. Nessun problema, nessuno ruba i libri li, a parte me.

- È bellissima… ma perché? Così, mi piace mandare poesie, di tanto in tanto.

- Io ho capito cos’è che fa male, innamorarsi. E il peggio deve ancora venire. Prova ad immaginare come si sta quando tu sei innamorato e lei la da in giro.

- Soprattutto quando il desiderio di averla brucia ma non puoi (averla?) e ti deprimi. Ma tu sei innamorato? E di chi? Di un’idea, probabilmente.

- Sono di nuovo contattabile dalle 12.34 del 21/06. ChiamaOra! Tututututututuuuuuuu.

- Ho chiamato alle ore 12.58 mentre il tuo telefono era occupato. Sfiga.

- Complimenti per lo scritto che hai passato. Lo sapevo già, ma grazie lo stesso.

- Ho chiamato il 21/06 alle ore 13.30 mentre il tuo telefono era occupato. Giornata intensa.

- Il tuo credito sta finendo! Ricarica al più presto per non rimanere senza parole! Merda!

- So di essere praticamente sparita, ma volevo dirti ke sn felice x il tuo esame. In bocca al lupo, dacci dentro! Senza di te non è la stessa cosa. Mi manchi.

- So che ti è arrivato il messaggio… potresti rispondermi? No.

- Io aspetto una tua risposta, se non mi dici nulla non verrò. Fai come credi….

- sei proprio uno sclerato… U_u. dici?

- Scusa ma chi sei? Probabilmente hai sbagliato numero. Era meglio.

- È già stata male, lascia perdere, per piacere. Che ora te la scopi tu però non lo dici eh… angelo custode della minchia.

- Ti chiedo solo di non fare del male a […]. il fatto che lui l’abbia fatto a me tradendomi per un pizzico di figa non ti tocca vero? Tanto lo stronzo resto sempre e solo io.

- mi fai proprio schifo, guarda, nonostante tutto, stupidamente pensavo che ci fosse dentro di te qualcosa di buono… […]se avevi bisogno di un po di figa potevi aspettare settembre, vedrai che arriverà qualcosa di buono[…] yes, sempre io, lo stronzo. Ma scusa, tu non sei fidanzata? E oltre a questo e oltre a darla a me, non ci stavi anche con […]? Cazzo ti lamenti allora…

- si, l’italia è fuori! Niente popopo a romperci le palle questa estate! Shhh… sono d’accordo con te, ma attento a non dirlo ad alta voce. Qui il calcio è una religione.

- Scusa per le promesse non mantenute, scusa per le volte che ti sei sentito solo, per quelle volte che ti ho fatto del male. Non volevo questo, non voglio vederti star male non è vero quando ho detto che non ci sono persone importanti. Non posso vederti così, non lo sopporto. thanks, ma non è colpa tua. Tu sei/eri una delle cose buone che ho/avevo.

- … oramai non mi credi più, perché? Voglio almeno sapere il motivo, poi ti lascerò fare, ti prometto di sparire davvero stavolta, non sentirai più parlare di me. Eh, se fosse così facile…

- Hai da fare domani sera? Ma non dovevi sparire?

- Complimenti, ottimo lavoro… adesso non avrai più nulla da scontare con la tua coscienza. Sentite, perché non ve la vedete tra voi due e lasciate in pace me?

- Non ti permettere mai più di farti sentire, fa come se io non fossi mai esistita. Buona Suerte. Bye.

- Se capiti a firenze fammi uno squillo… così si parla davanti ad un buon caffè. Spiacente piccola, non bevo caffè. Ed era una vita fa.

- Stai meglio? Mai stato male.

- Si certo […] ieri è stato come parlare con una scrivania, no forse la scrivania mi avrebbe trattata meno di ghiaccio. Yes, sono sempre io.

- Ah, ti sei già dimenticato di ieri? E io che mi ero ripromessa di non scriverti più certe cose. Non è come sembra…

- Ciao, la tua compagnia va bene così. Io faro le altre due. Tigre1. Ottimo, a venerdì allora.

- Ci vediamo domani… inizia l’avventura. Non vedo l’ora. Ti ho mai detto che sei la mia allieva preferita?

giovedì 24 giugno 2010

Aggressive Mediocrity.


La mia playlist di stanotte comprende Nirvana, Doors, Smashing Pumpkins, Linkin Park, Red Hot Chili Peppers, Guns’n’Roses, Clash.

Tutta roba incazzata che mi tiene sveglio e vivo. Almeno per un po’.

Stasera sono arrivato alla conclusione che sto sviluppando, anzi l’ho già fatto, un serio problema di aggressività.

Oggi, in ordine cronologico, ho litigato con due avvocati anziani per l’ordine di arrivo in cancelleria (avevo ragione io ma, credetemi, so essere veramente spiacevole con le persone…), ho mandato a fare in culo un coglione al supermercato, ho riso in faccia (telefonicamente) ad un’avvocatessa della mia età, che stava tentando di bluffare e l’ho insultata in maniera alquanto pesante. E pensare che non la conosco neppure.

Tornando a casa infine, trovandomi di fronte la solita strada di sempre chiusa per “caduta massi” sono arrivato a stupirmi di me stesso.

Infatti sono sceso, mi sono avvicinato alla transenna e, incurante delle urla dell’addetto comunale (una specie di terrone analfabeta) che mi intimava “non si provi sa, non ci pensi neppure eh…”, ho buttato la transenna dal burrone e, alle proteste dell’addetto comunale, ho risposto di sparire, se non voleva finire dietro alla transenna.

Il tipo è stato alquanto coraggioso, si è avvicinato. Probabilmente non riusciva a capire perché qualcuno, non proprio piccolo, che, pur vestito in giacca e cravatta (bugia, la cravatta non la avevo, ma il complesso era quello), lo guardava ghignando pronto alla rissa. Ha fatto due passi verso di me. L’ho guardato un secondo, lui ha farfugliato che l’aveva mandato il vice sindaco, che aveva chiuso la strada che… le ultime parole le ha dette correndo verso la sua macchina.

Quella della gente che scappa verso la macchina in effetti è una scena ricorrente. Una volta un coglione dalla paura e dalla fretta di squagliarsi ha pure fatto spengere la macchina.

Ha fatto bene, a sparire intendo, quella volta, l’avrei fatto a pezzi, probabilmente.

Mi sono anche stupito: io pensavo di essere stato bravo che mi ero trattenuto dal picchiarlo. Invece colei che era la causa di tutto non mi ha più parlato, offesa (lei…).

Tornando a ieri, comunque, vi posso assicurare che dall’altra parte della strada chiusa nessuno mi ha fermato quando ho rimosso anche l’altra transenna.

martedì 22 giugno 2010

Supermarket Singles


Sono un single da supermercato.
È una triste realtà. Devo imparare a conviverci.
I Supermarket Singles ( o le SS, se preferite), si riconoscono tra loro con la stessa sicurezza che se indossassero una divisa. Tipo una maglietta gialla.
Noi entriamo nei supermercati a ridosso dell’ora di chiusura. Le SS infatti in genere lavorano fino a tardi e prediligono l’ora di chiusura perché associano l’uscire prima da lavoro con il fare la spesa quando tra gli scaffali ci sono solo loro e i tipi come loro.
Il supermercato preferito dalle SS è l’esselunga. Chiude alle nove ed è sempre di strada. Ovunque tu debba andare.
Le SS hanno più di 30 anni, vestono bene e più o meno tutti vagano tra gli scaffali un po’ sperduti e timorosi di incontrare il loro antagonista naturale: la CasalingaOfferta.
Ma la sera di queste povere anime con figli non ce ne sono più molte.
Animale solitario e predatore l’SS si dirige immediatamente al bancone del pesce fresco.
Infatti i simpatici gestori del supermarket si dilettano a nascondere una sola confezione di tonno o di pesce spada freschi che non sia formato famiglia in mezzo a trenta confezioni da 6 porzioni almeno. E la caccia è aperta. Una volta ho letteralmente corso, in gara con un SS che mi precedeva al di là delle offerte speciali di sugo olio e vino (che tutte le SS ignorano, sempre). Ha vinto lui di una lunghezza e si è portato a casa i suoi 5 euro di tonno fresco. Io potevo scegliere tra le confezioni da 4/6 tranci o i surgelati. Naturalmente ho scelto i surgelati.
Le SS hanno una loro mitologia ed un loro pantheon personali. Veneriamo san Bonduelle.
L’unica marca di verdure cotte al vapore che faccia porzioni abbastanza piccole da essere prese in considerazioni e al contempo siano sufficientemente sane da poter entrare nella dieta tipica del SS medio.
Infatti le SS sfogano la propria frustrazione di non poter accedere alle offerte speciali o al formato famiglia dedicandosi alla ricerca dei prodotti biologici, sani e, possibilmente eco-compatibili o provenienti dal commercio equo e solidale. Quando arriviamo alla cassa ci piace vantarci in silenzio del nostro cestino (un SS non userebbe mai né un carrello né un cestino con le ruote).
Proviamo un certo senso di compiutezza nel poggiare sulla cassa tutti alimenti che potrebbero passare il vaglio anche della salutista più esigente. Noi siamo i puristi da supermercato.
Complice una vita lavorativa soddisfacente (dal punto di vista economico almeno) infatti possiamo permetterci di spendere 3 euro per 4 banane biologiche coltivate in Honduras ed importate con il commercio solidale. Per questo le CasalingheOfferta ci disprezzano. Loro con l’equivalente ci cucinano un’amatriciana per 6.
Tra le corsie le SS, che di solito vagano con l’Ipod all’orecchio, fanno anche incontri interessanti, che si risolvono in muti contatti visivi e brevi sorrisi.
Una categoria piacevole da incontrare sono le MILF, come le chiamano gli americani. Mother I Like to Fuck. Letteralemte le mammine che mi scoperei. La madre di Stewie, per chi è cresciuto guardando American Pie.
Sono donne di una certa avvenenza, tra i 35-40 anni, che passeggiano tra gli scaffali dando ad intendere una falsa ed illusoria disponibilità, vestendo in maniera appena spregiudicata, con aria che di innocente non ha nulla.
Tuttavia non fatevi illusioni. Non ci stanno, non sono interessate. Sono li per fare la spesa. e basta. Probabilmente l’unico modo per attirare la loro attenzione sarebbe mettersi in fondo ad un corridoio con un cartello “ti do 30 punti fragola e due bollini per i palloni dei mondiali se me lo succhi” ma solo per i possessori di carta Fidaty, s’intende.
Ma coloro che interessano veramente le SS sono le FighetteSole. Ragazze appena sotto i 30 anni, che girellano distrattamente tra gli scaffali, con aria sognante, riempiendo il cestino con ruote (una specie di status simbol per fighette), dei prodotti più disparati. Verdura, succhi di frutta, dolci alla crema, the verde, tonno in scatola, sugo di pomodoro (ma mai la pasta… si fanno di Bloody Mary?), cioccolata, una passata di Hello Kitty (!)… tuttavia esse sono tanto prese dal loro mondo di favola di non accorgersi di noi, che riempiamo il nostro cestino convinti di impressionarle con l’acume delle nostre scelte…
Ultima categoria da supermercato sono le CassiereEsselunga.
Sono una razza a parte. La crema delle lavoratrici italiane. Se mai vi saltasse in mente di portare un curriculum la, preparatevi bene. La selezione è durissima.
Infatti: se sei carina, non ti assumono. Se sorridi, non ti assumono. Se sai parlare, non ti assumono. Se sai contare fino a dieci senza la calcolatrice, non ti assumono. Se riesci a capire che prima di lanciare le cose del cliente successivo addosso a quello che lo precede questo deve almeno aver finito di imbustare, non ti assumono. Rispettano una sola cosa: gli spiccioli e la carta fidaty. Se li hai sei ammesso alla loro presenza, altrimenti ti arrangi.
Ecco quindi che, dopo appena 20 minuti di immersione nel fantastico mondo dell’esselunga, quando arrivo alla cassa posso sfoggiare: 3 zucchini verdi in fiore (più buone di quelle scure preconfezionate), vaschetta di fragole biologiche, 4 banane solidali, cuori di insalata Iceberg confezionati, insalata cipollina, croutons per insalate, hamburger di soia, una confezione di tofu, filetto di trota salmonata (era nascosto bene), un pezzo di formaggio al tartufo, una mozzarella fresca, un po’ di affettati, crackers di riso, pesce surgelato,verdure cotte al vapore sotto vuoto della Bonduelle (sempre sia santificato il nome suo…), pane, schiacciata fresca, confezione da 3 di birra, confezione da 6 di coca light. 40 euro, una settimana di cene solitarie ma salubri.
Che palle.

martedì 1 giugno 2010

Mr. Quack/Wheeling Dogs

Da un po’ di tempo a questa parte sto destrutturando.
Lo so che lo dico come se fossi impegnato, che so’, nel ritinteggiare l’appartamento e volessi un paio di consigli sul colore. Non è così.
Si tratta del fatto che sto meticolosamente eliminando le parti di me che non mi piacciono e che non sento più mie.
Un po’ come i serpenti, che lasciano ciclicamente la pelle vecchia, troppo stretta, per crescere dentro quella nuova.
Bhé, da qualche parte devo aver esagerato.
Infatti a volte mi chiedo cosa cazzo mi resta ora.
Tipo gli amici.
Ne ho lasciati andare un po’ tanti negli ultimi mesi (alcuni li ho eliminati per via di una incompatibilità alternativa con uno dalla faccia da scemo su facebook, ma è una storia lunga…).
E ne ho guadagnato uno solo nuovo: Mr. Quack.
Mr. Quack è l’ultimo di una serie di animali più o meno domestici che frequento abitualmente nei fine settimana.
È una papera gigantesca, bianca e nera, con cui faccio lunghe e approfondite conversazioni.
Tutto è iniziato un mese fa circa, quando vedendolo solo soletto sul tetto di fronte gli ho lanciato del pane.
Poi ancora la sera dopo.
La mattina era già lì che aspettava guardando verso di me. È buffo e cammina ondeggiando. Ogni tanto scuote tutto contento le penne della coda. So che non è carino dire queste cose del mio migliore amico, ma guardarlo mi mette di buon umore.
Finché un bel giorno, alle sei della mattina circa, mi sveglio con una serie di colpi secchi al vetro della mia finestra. Mi alzo pensando a chi cazzo potesse essere l’idiota che mi lanciava sassi e… vedo Mr. Quack appollaiato sul mio davanzale.
Apro la finestra e lui, con aria irritata per altro, mi intima – Quack!.
O.K., capito. Vado in cucina e rimedio del pane. Tanto non è che ne mangi molto in ogni caso, di pane.
Lo mangia lì, direttamente sul davanzale e ne porta via una fetta.
Da lì in poi viene spesso a trovarmi, alle ore più disparate, soprattutto nei fine settimana.
Io gli parlo e lui ascolta. Non si fa mai toccare (naturalmente, vi ci vedete voi ad accarezzare il vostro migliore amico mentre parlate con lui?).
Le nostre conversazioni sono del tipo
- credo che dovrei fare qualcosa oggi. Magari più tardi salgo fino al sentiero.
- …
- Tu dici eh…
- …
- Non è colpa mia. È lei che è solo un’egoista viziata e un po’ puttana…
- Quack!
- …
- Quack…
- Bhé, si, in fondo è anche colpa mia.
- …
- Tu pensi che siano già scaduti i termini per il deposito delle memorie?
- Quack?
- Quelle del 183 6 comma, la prima.
- …
- Bho, dopo vedo. Tanto abbiamo torto comunque.

È un tipo introspettivo Mr. Quack. Preferisce ascoltare. Intanto magari mangia il mio pane.
In effetti mi piace un sacco parlare con Mr. Quack. Ho raccontato cose a lui che nessun altro sa.
Ad esempio gli ho detto cosa ho fatto sabato notte.
Ho costruito carretti per cani zoppi.
È vero, l’ho fatto.
Avevo sentito di un associazione che raccoglie ruote e rotelle per aiutare cani e gatti con problemi di mobilità.
Una notizia colta così, al volo. Magari neppure completa, o forse era uno scherzo alla radio…
Un idea geniale, poetica e malinconicamente inutile.
Perfetta per me.
Quindi sabato sera armato di tutti i miei strumenti, ho iniziato.
Trovare le ruote è stato facile. Adoro andare sui pattini in linea. Sono anche bravo. Più che altro ci ho sempre viaggiato molto. A volte per ore e ore, ci ho fatto discese impossibili (schignano per esempio…) in solitaria oppure ho portato le ragazze, ma solo quelle che mi piacevano davvero tanto, a fare romantiche ed alternative passeggiate serali.
Quindi mi è bastato prendere i miei pattini e smontarli. Ho preso i cuscinetti e 4 ruote ed ho iniziato a costruire questa fantastica macchina di legno, stoffa e cuoio.

All’inizio avevo progettato un modello a 2 ruote, ma era poco pratico. Il cane poteva avere difficoltà a sedervicisi. Quindi ne ho aggiunte due.
Gli assali li ho fatti con i perni dei pattini e con le aste da modellismo. Quelle più resistenti, in alluminio.
Il pianale è di cuoio, ripreso da un vecchio costume live che non uso più (destrutturato pure quello).
Per le cinghie ho pensato che bastassero un paio di spallacci di uno zaino.
Verso le 4 (chissà cosa starà facendo? Discoteca? Fugaci amori in macchina?) ho finito l’opera.
Sono innamorato del mio strano aggeggio. Già vedo il fortunato (?) Labrador che si lancia per spericolate discese cercando il brivido come facevo anch’io. o il cane lupo che, placido, passeggia per la ciclabile con una certa eleganza handicappata.
In ogni caso spero che sia un cane dai nervi saldi. Quei cuscinetti sono ABEC 7 e filano come il vento e, a volte, correndo con loro, mi sono sentito davvero vivo e libero.
Non vedo l’ora che venga mattina, per raccontare tutto a Mr. Quack.