mercoledì 7 aprile 2010

Come un legno nel mare


Il viaggio che inizia per mare è sempre un grande viaggio.
Salire a bordo di una nave, una nave qualsiasi, per un viaggio che durerà giorni, settimane. A volte, mesi.
L’enormità della nave è la prima cosa che ti colpisce. Ti eccita la forza con cui ti risucchia, gli odori così familiari e così esotici, nafta, olii, mare, cibo. I rumori, le urla in lingue a te sconosciute frammiste allo stridore dei pneumatici sul piano di carico, che rispondono ai gabbiani che fanno loro il verso, lontani, sul mare aperto. Il buio della stiva e dei corridoi stretti che all’improvviso sfocia nella luce abbagliante del sole, sul ponte. E tu, solo in mezzo al mare, ti senti un po’ Ulisse, un po’ Quasimodo.
Lasciammo il porto di notte. Una splendida notte. La luna si rifletteva immensa verso est, dalla parte del mare, dalla parte della destinazione a noi ancora ignota, celata dalle ombre dell’avventura. La affrontavamo con lo stesso spirito un po’ incosciente con cui un bambino troppo piccolo sale la prima volta sulle montagne russe. È sicuro, ma non del tutto, è spaventato, ma non può fare a meno di salirci. E quando salimmo a bordo fu un po’ come dire addio alla terra, sicuri certo, di rivederla. Ma, in fondo, in fondo, non così tanto sicuri.
Le navi, quando partono, salutano festose chi rimane, le sirene ululano i loro canti di addio e avvisano che sì, è proprio vero. Stanno partendo.
Quella notte invece la nave salpò in sordina, quasi non volesse disturbare noi, che soli sul ponte, ognuno perso nei suoi pensieri, guardavamo la terra allontanarsi tra le mille luci del porto e la nave attraversare la scia della luna.
È incredibile pure come sparisca in fretta la terra dietro l’orizzonte. Pensi che ci vorrà un sacco prima di essere in mare aperto ed invece, in un attimo, ti volti e lei non c’è già più. La sua immagine è stampata sulla tua retina, come accade quando fissi qualcosa di luminoso e poi chiudi all’improvviso gli occhi. Mi sono voltato e lei non c’era più era sparita dalla mia vita quasi senza una parola, lasciandosi dietro una maglietta e poco altro. Appena il tempo di un ultimo sms, poi neppure più quello.
Ti accorgi solo ora che quello che volevi dirle, non potrai più dirglielo. Quello che ti legava alla tua vita di prima è reciso, come quando immergi le dita nello zucchero filato e poi le tiri via. La massa soffice e appiccicosa ti rimane attaccata, poi si sfalda in tanti fili colorati, poi sempre meno, poi d’improvviso non sono più attaccati e a te rimangono solo i brandelli di storie vecchie, troppo dolci e troppo appiccicose. Avrei voluto sapere che non sarei tornato. Invece sapevo che l’avrei fatto. Perciò non potevo ancora leccarmi le dita.
Eravamo entusiasti della nostra cabina. Perché era la peggiore. Era incuneata nel punto più basso della nave, diversi metri sotto la linea di galleggiamento, con i letti minuscoli e fatti di ferro, con qualche coperta sopra. Costava meno del treno che avremmo preso al ritorno, meno di una delle vostre serate in discoteca, delle vostre cene al mare e ci portava lontano. Ma non potete capirci, perché siete esseri di un altro mondo, perché siete inconsistenti. E perché, in fondo, non capite un cazzo. Noi invece adoravamo quella fetida cabina sul fondo di una sgangherata nave turca che aveva a bordo meno persone di un autobus qualsiasi.
Quando ti svegli in mezzo al mare sei sospeso nel tempo. Tutto ti sembra immobile, a parte il sole che è l’unica cosa che si muove nel tuo universo relativo.
Non avevo mai sete, bevevo al bar di bordo solo per passare il tempo e studiare gli altri viaggiatori, immaginandone le storie e tessendo fantasiose trame con le americane. Il bar della nave è un po’ come un suk. Ognuno prende quello che vuole, parla in qualsiasi lingua gli aggradi e paga in dollari, euro, sterline, lire turche. Tutto va bene a tutti. Tanto siamo persi in mezzo all’egeo e intorno non c’è niente.
Il terzo giorno il vento aveva seccato i nostri volti. Conoscevamo ogni angolo della nave, ogni anfratto. Avevamo conosciuto qualche viaggiatore, ma non molti. Però sapevamo di godere di una certa ammirazione a bordo. Noi eravamo quelli che avrebbero fatto in bicicletta la strada che loro facevano in auto, moto o pullman. Ci fermavano e ci dicevano che ci ammiravano. Poi scuotevano la testa. Ma la maggior parte in fondo ci ignorava. Facevano bene, alla fine non fregava un cazzo neppure ai nostri amici, di dove eravamo. anche se ancora non lo sapevo, i miei, di amici, mi avevano prontamente sostituito… con la mia ex. che in quel momento faceva le stesse cose che di solito facevo io con loro, nello stesso posto. Ma non rimpiango quegli amici, in fondo sono più adatti a lei che a me.
E ancora la nave andava. Mancava ancora una notte, poi saremmo arrivati.
Non ho mai visto tante stelle, come in quelle notti in mezzo al mare. Quando non c’è nulla a fermare lo sguardo, quando ti ritagli un angolo di ponte tutto per te, e stai li, per ore, senza parlare, senza pensare, senza respirare. Sei come un pezzo di legno tra le onde. E ti accorgi che non è brutto. Affatto.
Viaggiare in nave risvegliava alcune curiosità patologiche che mi porto dietro fin da quando sono piccolo.
Mi succede spesso di averne, ad esempio, quando sono fermo alla stazione ed il treno sta arrivando. Lo vedo dai binari che compare, prima immobile, poi lentissimo, lento e poi, infine, incredibilmente veloce. Insomma, quando arriva, tutti fanno un passo avanti, preparandosi a salire.
Io faccio un passo indietro. Perché non mi fido di me stesso. Ho sempre paura di non riuscire a controllarmi e di gettarmi all’improvviso sui binari, appena prima che il treno sopraggiunga. Non perché abbia istinti suicidi (anzi, probabilmente ce li ho, ma non coscienti), ma per curiosità. Mi figuro l’attimo, le urla, il fischio lancinante e poi, pochi istanti prima del botto, la mia faccia che dice “che cazzo stai facendo? E ora come ne esci?”.
Lo so, sarebbe proprio così. Mi succedeva anche da piccolo quando mi buttavo da scogli altissimi, senza sapere dove sarei atterrato. Se ci sarebbe stata abbastanza acqua sotto di me. Mentre ero in volo c’era un attimo di terrore puro, in cui mi rendevo conto di aver osato troppo, che avevo ali di cera ed io ero troppo, troppo vicino al sole. Mi succede anche oggi, dalla finestra del mio studio che dall’alto dei cinque piani del palazzo guarda sui garage della camera di commercio. Guardo giù e mi immagino volare. Allora faccio un passo indietro.
Sulla nave era lo stesso. Guardavo giù e pensavo che se mi fossi lasciato scivolare fuori bordo non se ne sarebbe accorto nessuno. E io mi sarei trovato a galleggiare nel nulla senza più possibilità di essere ritrovato. Allora rientravo, scendevo nella mia cabina e, quasi senza una parola agli altri, facevo finta di dormire.
Passammo dei luoghi bellissimi, isole brulle su cui spiccavano bianchissime le case basse, come gesso, brillanti di luce.
Le guardavo e ne scorrevo mentalmente i nomi. Le guardavo e mi rendevo conto che non si vedeva traccia di civiltà. Nessuna auto, nessun palo della luce, solo qualche casa bassa e gli ulivi coltivati. Stavo guardando le stesse isole che ha guardato Ulisse. Lo stesso vento, lo stesso sole. Le seguivo fino a che, piano, sparivano.
Poi giungemmo all’altezza di Mikonos e mi resi conto che la odiavo. Come si possa odiare un isola, allora proprio non lo sapevo. Oggi lo so. E penso anche che quel sentimento fosse ricambiato. Io, che a volte vorrei essere un’isola, ne odiavo un’altra, bellissima.
Ma piena di stronzi.
Dopo Mikonos le cose peggiorarono, il vento si fece teso e le onde più lunghe. Il fondo della nave non era il miglior posto dove trovarsi con il mare grosso, ma proprio non ce la facevamo a stare in piedi. Potevamo solo giacere e cercare di non vomitare. Tranne A.. lui giaceva e mangiava.
Poi iniziammo a giacere e a cercare di vomitare. Intorno a noi lo facevano in molti. Si sentiva gente che vomitava ovunque.
Ad un certo punto non ce la feci più. Affrontai la faticosa salita verso il ponte, nove ripide rampe di scale, e… mi trovai davanti la costa turca.
Ancora sotto la luna, che però era così uguale e così diversa da quella che avevamo lasciato tre notti prima… e poi la baia, il porto, le luci. Eravamo arrivati, non ero più un isola, non mi ero abbandonato ai flutti, non avevo intrecciato improbabili relazioni e non ero morto sul fondo della stiva. Un viaggio era finito. Ora ne iniziava un altro. Casa era molto, molto lontana.



venerdì 2 aprile 2010

A night of cats and flames


Per quanto vi possa sembrare irreale ho sempre odiato che altri stessero male a causa della mia inerzia, negligenza o paura. Ho sempre preferito agire io piuttosto che aspettare, con il rischio, magari, di precorrere i tempi e pentirmi poi di quello che ho fatto. Succede spesso.
Successe anche molti anni fa, quando io, appena 16enne, rifiutandomi di seguire i miei al mare, mi trovai a passare un fine settimana da solo in casa, insieme ad una gatta incinta.
Vi avverto subito, è una storia triste, che va smorzata per essere digeribile. Pertanto la servo frammista a qualcosa di allegro, come si fa con le medicine troppo amare, cui si aggiunge un po’ di zucchero per buttarle giù.
Ecco quindi che ieri notte che vengo destato per andare a salvare l’ennesima vita nei panni segreti di supereroe che, con un po’ di intimo schifo, vesto una volta a settimana.
Il grido di aiuto che attiva i power ranger è di quelli seri: codice rosso (e già l’adrenalina dovrebbe salire alle stelle, mentre la musica di sottofondo cambia in qualcosa di veloce ed evocativo… peccato non si verifichino mai nessuna delle due evenienze).
E poi ancora: auto ribaltata in fiamme sulla tangenziale. Strano penso dentro di me. Non sono eccitato neanche un po’. Un tempo sarei saltato su come una molla troppo carica, ora vorrei solo continuare a dormire.
La gatta incinta, che era davvero molto incinta, scelse proprio quel fine settimana per mettere al mondo un numero spropositato di adorabili batuffoli di pelo, orecchie e zampe, con gli occhi ancora ciechi e l’espressione inequivocabilmente stralunata e smarrita.
Ed io dentro di me inorridii.
E ora cosa faccio? In famiglia tutti erano stati chiarissimi sul fatto che non avremmo potuto tenerne neppure uno. In effetti avevamo ben 3 gatte, di cui 2 figliavano ad intervalli molto ravvicinati. Avevamo faticato non poco a dare via l’ultima mandata e, oramai, avevamo esaurito tutti gli amici ed i parenti entro il 6° grado.

Arrivati sul posto lo scenario si fa subito esaltante. La macchina è effettivamente in fiamme e la scena discretamente apocalittica. Il buio, la pioggia, il rumore delle fiamme e degli idranti dei pompieri che creaano un denso fumo grigio oro che ci avvolge tutti.
Fiamme alte. I pompieri diranno 6 metri almeno, ma non è vero, si sa che per loro l’altezza delle fiamme è direttamente proporzionale alla lunghezza del loro pisello. Quindi tendono ad esagerare.
Improvvisamente la telecamera mentale che mi segue sempre fa un piano lungo, invertito, per poi zummare sulla mia espressione compiaciuta. Quando vedo un disastro epico o una situazione di caos potenziale sono sempre interiormente felice. È il mio bambino interiore che gode del marasma e spera sempre che sia successo qualcosa di irreparabile. Che ci sia una vittima da sacrificare a qualche oscura divinità primordiale che alberga nel mio cervello.
Un attimo di delusione e il sorriso sparisce. Nessuna vittima, il ragazzo è vivo, conciato male, ma vivo.
Mancavano ancora 2 giorni e mezzo a che quel maledetto weekend finisse ed i miei tornassero per assumersi le loro responsabilità di genitori, mediati, di 6 o 7 gattini appena nati. Ed io nel frattempo ero solo alle prese con i miei dilemmi morali.
Infatti la tradizione popolare vuole che i gattini che non si vogliono tenere vadano tolti immediatamente alla neo mamma, in modo che questa non faccia in tempo a contarli e ad affezionarvicisi. Mi piacerebbe applicare lo stesso criterio anche nel reparto maternità. Magari anche le cinesi non sanno contare…
Quindi onde evitare alla gatta strazianti giorni di dolore in cui vaga per casa e boschi in cerca della prole dispersa, dovevo fare qualcosa. Subito.
Naturalmente gli altri power ranger si sono gettati immediatamente sulla preda. Li guardo operare con la massima efficienza possibile. Un medico, un infermiere ed un promettente aspirante medico. Nessuno di loro sembrava avere bisogno di un avvocato, quindi mi tiro in disparte, ad osservare con calma la scena. Ridley Scott ne sarebbe stato entusiasta. La fotografia è degna dei migliori scorci in Blade Runner. A me ricorda un po’ le immagini trite dell’undicisettembre: pompieri qua e là, fiamme, fumo, un casco da pompiere rovesciato e, apparentemente abbandonato, che fa molto tragedia.
Per fortuna a ricordarmi che non stavo vivendo un film ma solo la fantastica verità della vita arriva la seconda ambulanza di un’altra associazione, da cui scendono in ordine un cesso basso ed un cesso alto che immediatamente si gettano nell’azione. Si avvicinano al mezzo ribaltato (probabilmente hanno istruzioni segrete da trasmettere ai pompieri…) e, solo ora noto una cosa incredibile. Una di queste eroine è… incartata. Letteralmente. In una specie di carta stagnola dorata che noi chiamiamo telo termico. Probabilmente la sua intenzione era ripararsi dalla pioggia. L’effetto finale è quello di un uovo di pasqua. Quando si avvicina (forse ha istruzioni segrete anche per me…) non posso fare a meno di ridere e di risalire sull’ambulanza. Non so cosa volesse. Non l’ho neppure ascoltata.
Allontanare i gattini dalla mamma è facile. Li misi in una cesta e li portai in giardino. Cosa farne era molto, molto più complicato.
La mia mente si riempì di modi orribili di porre fine alla vita. Nessuno dei quali mi sembrava particolarmente umano o caritatevole. Provai anche a chiudere gli occhi, per vedere se poi sparivano. Si sa mai, magari che dio c’è.
No, dio evidentemente non c’è. O magari stava semplicemente godendosi la scesa e non voleva interferire con i miei tormenti (anche in futuro sarà sempre così, mai una volta che dia una mano…).
La saggezza telefonica di mia nonna pose fine alla mia disperata ricerca: “se li chiudi in un sacchetto ben stretto, si addormentano e muoiono nel sonno. Senza accorgersene”. Grandioso. Avevo un sacco di sacchetti. Speravo solo che loro avessero sonno.

La macchina è quasi spenta. Si tratta di una mini cooper. Ottimo, adoro le mini in fiamme. Ho sempre odiato i fighetti con la mini. C’è una sorta di giustizia divina nel fatto che vadano a fuoco.
Questo qui poi ha la patente da 2 mesi ed è un fighetto discotecaro. Probabilmente gioca a calcetto. La divinità primordiale nella mia mente brama sempre di più il suo sangue. Invece dovrà accontentarsi di un bel pezzo della sua faccia.
Mentre sono assorto in questi pensieri arriva il caposquadra dei pompieri con una scarpa da calcetto in mano. -Quante scarpe ha? mi domanda. - Due, come tutti, rispondo (si, hai ragione Y., stasera è serata di sarcasmo fuori luogo).
Invece il problema è serio. Non torna il conto delle scarpe. I pompieri si guardano i piedi e mentalmente le contano. Due ognuno. Bene. Due anche per me e per i miei. Occhi puntati sui carabinieri. Due ognuno anche loro. Di chi cazzo è la scarpa? - Di quello carbonizzatooooo, lalalaaaaa, evvvivaaa… urla la mia divinità personale.
Il dottore si china sul fighetto e gli domanda se fosse solo in macchina. – Si.
Altro giro di consultazioni, i carabinieri aprono le indagini nel vicinato. Di chi è la scarpa? Passano minuti grevi di angoscia. La scarpa è sempre li, che fa finta di nulla, la puttana.
Poi si avvicina un pompiere e domanda allo sventurato appassionato di calcio e idolo delle ventenni che sanno come divertirsi: è tua la scarpa? Questi risponde ancora di si.
Ma potrebbe mentire. Tutti mentiamo sulle scarpe. Io ad esempio parto sempre col provare il 44. poi immancabilmente compro il 42 e mezzo.
Quindi l’indagine entra nel vivo. Colgo un carabiniere che osserva con attenzione le mie scarpe e quella che ha in mano. Magari, sembra ipotizzare, potrebbe essere una scarpa che tengo di scorta.
Infine si decide e chinandosi sul ragazzo lo apostrofa -si po’ sapè di chi minchia è sta scharpa ahé?
Il ragazzo finalmente si desta dallo stato di shock e inizia ad urlare – è mia, *orca *adonna, è mia, mia, mia, mia….” Attacco le sirene e mi dirigo verso l’ospedale. Ghignando come un deficiente.
Fatto. Tutti i gattini sono nella busta. Azzurra, me lo ricordo ancora. Si muovono appena. Mi siedo accanto a loro ed aspetto. Non ho il coraggio di lasciarli soli. Vorrei fuggire ma non posso. Non funzionerebbe. Come non ha funzionato chiudere gli occhi.
Passa un’ora ed effettivamente non si muovono più. Molto.
Ne passa un’altra, è buio ed io sono seduto fuori in giardino, solo con un sacchetto di gattini morenti.
È un sabato di merda, ma io lo odio comunque, il sabato.
Allo scadere della terza ora muovo la busta. Sono tutti morti. Tutti, tranne uno. Questo è vivo e continua a spingere verso l’esterno. Ne sento la testolina che batte contro le pareti di plastica.
Cerca con tutte le sue forze e a lungo di liberarsi. Ma è una lotta vana.
Non può vincere. È solo, contro un destino che non conosce, che non può vincere e lotta, senza denti né unghie. Con gli occhi chiusi.
Meriterebbe di vivere, sicuramente più dei fighetti con la mini.
Ma non succederà. Lo accarezzo attraverso la busta e penso che è destino. Che posso salvarlo, che lo farò, lo tirerò fuori di lì e in culo tutti.
Che ce la sta facendo. Che…
È proprio come mi sento io oggi. Lotto senz’armi per togliermi il sacco di plastica che mi soffoca. Che mi è stato imposto da qualcun altro, contro cui, in realtà, non posso fare proprio nulla.
E come allora, so già che nessuno aprirà il sacchetto di plastica.
Anche oggi la lotta è vana.

venerdì 19 marzo 2010

Regretful Deads II

È successo ancora.
La prosaica stupidità dei vivi si è scontrata con la serafica indifferenza dei quasi-morti.
Ennesima corsa nella notte per cercare di salvare una vita che non aveva nessuna intenzione di lasciarci interferire con il suo corso naturale. Ancora uno scontro tra la professionalità imbelle e arrogante dei titolati (o presunti tali), contro la semplicità dell’irrilevanza delle azioni umane.
Arriviamo sul posto (target, si dice target), coi nostri costumi da power ranger, tronfi ed assonnati varchiamo le soglie del purgatorio terreno: il centro degenza alzheimer. Un posto asettico, anonimo, dove in comode gabbie bi-gerontiche giacciono ignavi ed inconsapevoli relitti di epoche passate, le cui date di nascita richiamano vecchi regimi, guerre dimenticate o memorabili eventi la cui importanza storica viene messa in ombra da una qualsiasi puntata di Amici.
La signora Natalina nacque nel momento esatto in cui il nostro neoclassico dictator et dux spingeva la sua idealistica e raccogliticcia armata di pazzi verso roma.
È ha deciso di morire in uno squallido ed anonimo anno di nulla. Presto, ma non ancora.
Sul posto troviamo già un’infermiera (del centro alzheimer) ed un'altra ambulanza (di sfigati vestiti come l’equipaggio di star trek).
La diagnosi dell’infermiera era abbastanza inquietante (almeno per Natalina, suppongo): non respira, non si muove, è fredda, è in coma ipoglicemico e fa movimenti convulsi con le braccia.
Il mio alter ego invisibile (che è molto più stronzo di me, a proposito, se lo incontrate evitatelo…) nonostante il sonno ha sufficiente spirito sarcastico da farmi notare che la diagnosi appare abbastanza contraddittoria. Ma… niente paura, abbiamo il nostro medico. Lei sì che risolverà brillantemente l’enigma del cadavere agitato. Assomiglia pure un po’ a miss Marple.
Entriamo in una cella di conservazione per quasi-cadaveri. Saluto educatamente i morti che altrettanto educatamente mi ignorano.
Natalina mi appare abbastanza serafica per essere contemporaneamente morta, in coma, in ipotermia e soggetta a movimenti convulsi con svariate parti del corpo. Ma io naturalmente non sono un infermiere. Sarà per quello che non capisco.
Comunque il nostro super medico in versione gnomo irlandese (è san Patrizio, che diamine!) decide di fare comunque una serie completa di analisi, decisa più che mai a far si che la signora Natalina si goda ancora i suoi lunghi e felici anni di allettamento nel fantastico mondo di Alzheimer.
Ecco dunque che improvvisamente si rendono necessarie: analisi del sangue (fatte e pronte per il laboratorio), elettrocardiogramma (fatto, nessuna variazione dal precedente), misurazione della pressione (110/70, ok), glicemia (86, tutto sommato ok, inoltre la puntura dell’ago ha provocato la reazione tipica di tutti i cadaveri: Natalina ha farfugliato qualcosa come “..orca ma’onna”), della frequenza cardiaca (70 bpm. una specie di atleta la signora Natalina) della saturazione (95%, forse fuma... magari quando si ricorda dove ha la bocca) e della temperatura… Oops. La signora Natalina pare proprio non avere temperatura corporea (è un difetto che in effetti tendono ad avere solo i cadaveri e gli alberi).
L’infermiera, già preoccupata dalla eccessiva normalità dei dati precedenti (che per l’appunto contraddicevano le sue teorie e la sua diagnosi di morte) si rischiara in viso e, trionfante, mostra la prova della sua competenza al medico: vede, è morta, non ha temperatura corporea. Tenta di fregarci muovendosi e farfugliando, ma noi, cavolo, noi siamo sanitari. Io sono addirittura infermiera. E così via.
La dottoressa, colpita da tanto acume e dalla indubbia logicità del ragionamento decide di fare una prova su se stessa e si infila il termometro nell’orecchio (che ci volete fare, io proporrei altri orifizi, ma loro non vogliono mai…) e… momento di suspence… 36. bassa ma indubbiamente viva.
Quindi le due menti scientifiche, sicure di essere sull’orlo di una scoperta clamorosa (un cadavere che rifiuta di seguire le regole. La luce nei loro occhi è la stessa che doveva avere il dottor Frankenstein all’apice della sua gloria), si gettano ancora una volta sopra la signora Natalina e tastandola ovunque le reinfilano il termometro in un orecchio. Ancora nessuna rilevazione. Ecco, ci siamo, l’infermiera ha un malcelato sorriso di trionfo spalmato in faccia. Avevo ragione io esclamano i suoi occhi. Qualcosa deve avere la vecchia.
Però… però… un atroce dubbio pervade la stanza.
Cavolo, Natalina è.. rosa. Cioè, non è cianotica o pallida. Inoltre a toccarla… Ecco, a toccarla sembra… non può essere… sembra… calda. Si, è proprio calda, accidenti!
Questo contraddice tutte le teorie scientifiche. L’intero mondo della medicina ne sarà sconvolto. Oppure… no, orrido dubbio.
Non sarà mica un’altra diagnosi di termometro guasto? Terribile. Veramente terribile.
La delusione è palpabile, tutti si ritirano mogi di fronte al fallimento della scienza.
Natalina è viva. Un aurea dorata scende sulla stanza e tutti abbiamo una visione mistica. Indubbiamente quelli intorno al letto che con la loro luce bloccano le tenebre che vogliono ghermire Natalina sono… si, sono proprio loro: Padre Pio, Pupo e Paperino. È bello aver recuperato la fede.
Comunque sia, l’intera vicenda ha un epilogo lieto, che mette d’accordo tutti: il medico, che si libera di ogni responsabilità, l’infermiera, che in fin dei conti aveva ragione, la sua diagnosi era azzeccata e l’equipaggio di Star trek, che sa di aver salvato un’altra vita: Natalina viene ricoverata. Diagnosi finale: termometro rotto.
Mi consola sapere che alla signora Natalina non importa. Potrebbero ricoverarla al reparto di ortofrutta della Conad e a lei non cambierebbe nulla lo stesso.

giovedì 11 marzo 2010

Bikes and Dead Dogs

L’aria calda soffia da tutte le direzioni.
Maledetto vento, Omero ci aveva avvisati. Non gli avevamo creduto.
- cos’è?
- un cane morto.
Passano 10 km senza che nessuno dei tre dica una parola. Il ronzio delle bici è continuo, basso, tranquillizzante.
- e quello?
- Un altro cane.
- Ma è diviso a metà!
- Già.
Beviamo 5 litri di liquidi a testa, lo abbiamo calcolato, eppure abbiamo sempre sete. Ogni sosta ci regala zuccheri e liquidi, spesso mischiati. Mangiamo una sola volta al giorno, la sera.
Ci sentiamo pienamente parte della strada, della gente del posto.
Maledetto vento.
Maledetto asfalto.
Il sole ci cuoce, i radi bagni ci tolgono di dosso la polvere per incrostarci di sale, e ancora andiamo. Avanti, sempre avanti. La metà è 400 km più avanti.
Istamboul. Istamboul. Istamboul.
Ritmico, come l’alzarsi e abbassarsi dei pedali ripeto il nome dentro di me. Ogni tanto lo mischio con un altro, ma è storia vecchia, incerta.
Le auto ci passano sfrecciando accanto, ci salutano suonando il clacson e ci dimostrano tutta la loro simpatia tentando di investirci, un po’ per gioco, un po’ no.
L’acqua con l’integratore sa di piscio caldo, ma è buona, ci serve. La salita è tremenda, la discesa un lampo, la bici pesa tantissimo. 60, 80 km al giorno. Ma nessun dubbio. Ci arriveremo. Sono sempre arrivato ovunque mi fossi prefisso. È un viaggio, ed io sono nato per viaggiare (la monotonia del pedalare rende megalomani ed inclini all’autoesaltazione ndr).
Lasciamo la statale e ci inoltriamo verso un apparente nulla. Solo la cartina mi rassicura su cosa c’è al di là delle colline, al di là dei campi coltivati.
In cuor nostro speriamo che non sia un’altra Yeni Foca, un'altra deviazione che ci disperde nel niente agricolo dell’asia minore, tra monti brulli, bruciati e isole sparse nel cristallo blu intenso del mare.
Il cielo si rannuvola, il vento rafforza. Qualche goccia di pioggia.
Hissarlik, manca poco. Ci siamo. Discesa, salita, ancora salita ed in cima alla via un polveroso villaggio. La mappa segna 400 abitanti. Meno di quanti ce ne siano ogni sera in un cinema da noi.
Parliamo, chiediamo informazioni, ci facciamo capire ma non capiamo. Ci mandano da Varol, lui ci ospiterà.
Una notte in casa sua ed una cena a base di riso e minestra fanno 45 lire. circa 9 euro a testa. Sono aumentati i prezzi, ci stiamo avvicinando a Istamboul.
Lasciamo le bici e a piedi ci inoltriamo nel paese. Non c’è niente. Eppure c’è tutto.
Dietro la seconda curva, Troia.
Schliemann. Ho letto i suoi diari 3 volte. Mi sembra di conoscere ogni angolo di questo posto. Ma in cento anni è cambiato tutto. L’archeologia è diventata turismo. I souvenir sostituiscono i ricordi, ma soprattutto c’è gente.
Li odio, arrivano sempre senza faticare per niente. Non sanno niente, e parlano solo di dove andare a mangiare la sera. Cazzo, io ho pedalato per 8 giorni, 400 km per arrivare fino qua, sono stato 3 giorni in mezzo al mare. Loro sono in bus. Con l’aria condizionata. Non hanno neanche idea di che odore abbia la strada (puzza, in verità). E la cosa peggiore è che sono Italiani, anche qui. Odio gli italiani. Ma almeno questi non cantano popopopo. Sono seduto su un masso, avrà 10.000 anni, ha visto Ettore morire per mano di Achille, è servito per edificare le mura più possenti del suo tempo. Loro invece guardano interessati un cazzo di cavallo di legno finto che a me pare un mio mini poni troppo cresciuto.
Guardo il mare, mi domando quanto impiegassero gli Achei a raggiungere le mura e capisco perché le donne Troiane continuassero a lavare i panni sullo Scamandro anche in pieno assedio. Sento che loro invece si domandano dove mangeranno stasera. Che schifo.
Se penso che tutti i miei amici sono così mi viene da grattarmi. In effetti mi gratto.
Il giorno dopo di buon mattino risaliamo in sella. Fa sempre un po’ male ripartire, i muscoli protestano. Tutti.
Arriviamo alla statale e riprendiamo la fila consueta.
Il ronzio sale monotono, anche se lo sguardo va oltre l’orizzonte. Oggi vedremo l’Europa al di là dei Dardanelli.
- Ehi, l’hai visto quello?
- Si.
- Era un cane morto?
- Già.
Dura la vita dei cani in Turchia.

lunedì 22 febbraio 2010

Singin’ Birds

OK, avevo promesso a me stesso che avrei aspettato a scrivere. Non avrei lanciato parole come mattoni contro le vetrine iper-moraliste dei miei affezionati lettori.
Già perché siete fantastici. O meglio fantastiche.
Il mio ultimo post ha fatto furore. L’avete letto, riletto, interpretato, riportato a voi o a lei (ha la L minuscola, quindi non confondetela con Lei, sarebbe una bestemmia.)… ci avete pensato su e…
Che carine, vi preoccupate per me!
Poi avete mi avete fatto domande velate, avete contattato i miei amici ( o lo avete fatto fare a vostra sorella, che poi è lo stesso), dando luogo a dialoghi surreali:
- Ciao sono io.
- Cia’…
- Senti ma… ti vuoi suicidare?
- Che cazzo dici? Sono le 11 di sera, no che non voglio suicidarmi… serve altro?
- C’è qualcuno che si preoccupa di te.
- Chi?
- Un sacco di persone. Mi hanno telefonato in tre.
- Fico.
- E cosa vuoi?
- Un aumento.
- Ah, bhe..
Domanda: ma voi che vi preoccupate, non siete le stesse che non mi cagano quotidianamente? Perché non dedicate i buoni propositi ad altro? Tipo la fame nel mondo, gli animali, i fighetti che giocano a calcetto(ah, già lo fate eh…). Andate affanculo, vah.
Comunque, scrivo perché oggi ho composto un Haiku.
Mi è scaturito da dentro e illustra bene ciò che penso.
Quindi chiarisco meglio tutto:
non sono depresso, sono stronzo.
Non ci credete? Ecco a voi:
se siete una delle tre cui regalo illusioni sappiate che non siete sole. Non nel senso che vi sono vicino o che c’è vita nell’universo. No, nel senso che non siete LE sole. Già, siete tre.
La parte figa è che forse lo sapete già. Quello che non sapete è che non mi frega un cazzo di nessuna delle tre.
E mi sono pure rotto di contingentare le giornate, il venerdì con la 3, il sabato con la 2, di straforo la 1. È faticoso, e neanche tanto appagante.
Purtroppo mi sono accorto che non mi piace il sesso senza amore. Non mi dice niente. Quindi voi non mi dite niente. Siete carine come canarini in gabbia e come canarini in gabbia interessanti.
Una delle tre questo fine settimana mi ha chiesto se credo nell’amore.
La risposta vale per tutte: credo anche nella scarlattina. Le ho avute tutte e due e si guarisce più facilmente dalla scarlattina. Quindi grazie, ma non mi interessa.
Come non mi interessano le paternali ed i moralismi.
Vi scandalizzate per niente. Ieri (venerdì) e oggi (sabato) vi siete girate sul letto e… Si, è una siringa usata quella sul mio comodino. Si, l’ho usata per me. No, non bastate voi a spostare la linea un po’ più là. Cosa cazzo piangete, non sapete nulla. Magari era voltaren.
Siete tutte uguali. Vi presentate a casa mia felici, portando in dono vino, dolci fatti con amore e… voi stesse, quanto di più bello posso desiderare. Peccato che non vi desideri.
La verità è che vorrei, davvero, essere innamorato di voi, di una qualsiasi. Ho anche provato. Non mi riesce.
Tradite i vostri fidanzati (due su tre), cercate in me qualcosa che non avete (sempre due su tre) e siete amanti appassionate (tre su tre…). Vi frequento da anni (una su tre), anche se con qualche pausa qua e la.
La parte peggiore è che siete pure innamorate (tre su tre, cazzo!). peggiore per voi intendo.
Infatti…
Ho deciso di destrutturare la mia vita (la spiegazione di ciò la rimando a quando sono più in vena).
Sto eliminando quello di questa vita che conduco, o meglio trascino, che non appartiene veramente a me, a quello che sono davvero. Voglio arrivare all’essenza di ciò che sono. Eliminare il superfluo, quello che non mi serve, la parte materiale, sporca, inutile di me.
Quindi vi saluto, purtroppo voi non siete ciò che cerco. Vorrei davvero che lo foste, ma non lo siete. Quindi rinuncio a voi, ad ognuna di voi.
Rinuncio ai falsi sospiri, all’attenzione morbosa (da parte vostra, sia chiaro), alle menate, alla gelosia più o meno infondata (cazzo, ma se sei fidanzata con un altro, perché sei gelosa se un’altra mi parla o mi sorride?), ai regali, alle lacrime (non mi commuovono, mai, mi irritano)., a cercare di dimostrare interesse.
Ma soprattutto, rinuncio all’ipocrisia, ad infilarmi in letti già caldi d’amore (de andré).
Rinuncio a dover far finta, ai castelli senza fondamenta, al telefono ingorgato di messaggi, quando l’unico che vorrei ricevere tanto non arriva mai lo stesso.
Addio bimbe, la chiudo qui. Con tutte e tre.
Perderò tre affezionate lettrici in un colpo solo. Creerò dolore (ops, se siete arrivate fino qua, probabilmente l’ho già fatto). Ma sarà l’ultima volta, parola di Boy Scout.
E l’haiku?
Eccolo qua:

gli uccellini, oramai, cantano
solo per rallegrare
loro stessi.

Per QVD: sono le 3.01 di sabato (domenica) 21 febbraio 2010. Ascolto vecchi album dei Modena.
Questo post lo pubblicherò lunedì, verso l’una di pomeriggio. Non so che ora apparirà sul post. No, non ho internet a casa.
Non ho voglia di prendere il dizionario e tradurtelo in latino, i tuoi lunghi anni in seminario ti hanno reso più aduso di me a comporre nella lingua di Orazio.

mercoledì 30 dicembre 2009

Nightmares after Christmas


03.49 antimeridiane dell’antivigilia del nuovo anno. Appena due ore di sonno e poi i miei incubi mi hanno già destato.
Il problema è che da sveglio è peggio, la realtà di questi due giorni appena passati è molto, molto peggiore.
Cosa è successo? Non è importante, ma nell’ordine sparso in cui mi hanno colpito gli eventi sono così riassumibili: ho capito cosa ha provato un caro amico più di un anno fa, ho decifrato oggi la sua smorfia, silenziosa, di dolore interiore. Non un’illuminazione improvvisa, semplicemente oggi è toccato a me; ho verificato che i miei tre assiomi sulle donne sono veri tutti e tre, in particolare i primi due; ho avuto bisogno di chi non c’era/non voleva esserci. Nonostante io a suo tempo per lei ci fossi stato ed infine che I sogni mi dicono sempre qualcosa, non vanno mai ignorati. Ho capito oggi perché allora sognavo lei, ossessivamente, notte dopo notte. Pregavo che smettesse. In realtà stavano dicendomi qualcosa che ero troppo sordo per ascoltare e troppo cieco per capire.
E ora sono sveglio. Oltretutto.
Quando più avrei bisogno di dormire, meno ci riesco.
Non esistono le coincidenze, mai. Se una data cosa accade c’è sempre un perché. Anche in relazione al momento in cui questa si verifica.
Cavolo sta già facendo effetto. Le parole iniziano a confondersi sulla mia tastiera. Speriamo di riuscire ad arrivare in fondo e a dire quello che vorrei dire.
Dunque. Innanzitutto vorrei dire a D.Z. (a D.Z. di un anno fa, quello di oggi è sparito. Ed ha fatto bene…) che gli sono vicino. Quello che è successo a noi è la brutta copia di uno scherzo amaro. Qualcosa che accade e che non possiamo impedire. Come la pioggia, ma meno pulita. Ma non è vero quello che fu detto allora. Non è colpa di chi scegli. Puoi scegliere chi vuoi, finirà comunque in merda.
Poi vorrei sottolineare come l’assioma sulle donne nr. 2 sia più che vero. Non può esistere l’amicizia tra uomo e donna. E non solo perché a noi non interessa o perché comunque vogliamo venire a letto con voi, anche se siete nostre amiche.. ma anche, soprattutto, Perché quando noi abbiamo bisogno di voi, quando abbiamo bisogno di pralare con voi, di chiederiv come funzionano le cose, di parlare con qualcuno con un altro punto di vista o, semplicente, di parlare ccon qualcuno perché stasera non è proprio il caso di stare da soli da nessuna parte… bhé non ci siete. Andtae in culo.
Però. Però pretendete che noi ci si sia quando a voi si spezza un’unghia, il vostro ragazzo vi lascia e voi piangete, avete problemi di vita ecc. è la prima volta che aver ragione su qualcosa mi crea tanta tristezta.
È fantastico ora. Tutto pare avvolto nl ovattta è come se guardassi la mia anima dalla lto posso guardare quello che ho dentro senza sertitlo. Sti sorridendo ora.
Da qualche oarte ho ritrivarìììo le ultime due fiael . le avevo nnascoster o oerrse. Domani fovrò riniziare a frequentare i malati terminale per verne latra.
Ma ora, cazzo quanto è belka la fdroga.., dormo.

lunedì 7 dicembre 2009

New Years


Stasera ho avuto una Grande Rivelazione PreNatalizia:
Sono in ritardo di dieci anni con me stesso.
Dieci anni precisi.
Per me dovrebbe essere il 1999, con tutte le aspettative che allora si portava dietro. La mia mente inizia solo ora a preoccuparsi di cose come il millenium bug, la fine della sinistra italiana e la necessità di scrivere gli anni con un 2 all’inizio e due zeri in mezzo…
Non è che sia rimasto indietro. Mi sono solo distratto qua e là.
Ascolto musica di dieci anni fa (Pearl Jam, in questo istante) e, non scherzo, avrei voglia di andare al Cencio’s con gli altri.
Se non fosse che il Cencio’s neppure so se esiste ancora e gli altri sono, in ordine sparso, sposati, convivono, hanno figli, sono morti o non so che fine hanno fatto.
Un tempo ero avanti agli altri. A tutti.
Sono stato il primo ad andare via di casa e abitare per conto mio (1999, ancora), a smettere di girare l’europa in treno per mete più esotiche (1999, perù e bolivia), a riuscire a mettermi insieme ad una persona davvero importante, su base stabile (1999, ancora).
Il primo ad avere un lavoro regolare (che non fosse cioè servire ai tavoli pagato a nero, spacciare agli amici roba di merda con un ricarico del 20% o derubare i miei genitori di nascosto…), a lasciare (rectius trovare il modo di farmi buttare fuori) dagli scout, grande calderone social affettivo entro cui quasi tutti al tempo crescevamo le nostre amicizie e, soprattutto, esperienze sessuali. Non importa che vi dica che anno era, vero?
Cavolo, gente, qua è cambiato tutto e io no.
In questi dieci anni non sono avanzato di un passo in nessuna direzione.
Non ho un lavoro decente (ne ho due del cazzo, a nero, e sono sfruttato in entrambi), guadagno meno di una cassiera del Carrefour, sono ancora soggetto alla schiavitù aberrante degli esami, dove qualcuno che non conosco giudicherà se sono degno o meno di ottenere il voto sufficiente per andare avanti nella vita sulla base della mia calligrafia/memoria/fortuna. E dio solo sa se non faccio schifo in tutte e tre le categorie.
Però sono bravo a parlare. Come dieci anni fa.
Non ho una relazione fissa né alcuna prospettiva che questa si affacci alla mia porta a breve, i miei interessi sono più o meno gli stessi, non voto da un sacco di tempo (inutile, nel 1999 non ci furono elezioni, non ci provate) e continuo a cambiare amicizie e compagnie ogni due giorni.
In compenso reggo meno l’alcol e non mi diverto più a vedere l’alba ogni fine settimana quasi volessi controllare che sia sempre la stessa.
Sono come sospeso in alto, con una vista eccezionale sugli ultimi/prossimi dieci anni. Chiedetemi qualsiasi cosa, le so tutte.
Prendiamo il mondo per esempio:
Non credo che Clinton sia un buon presidente per gli USA, ma purtroppo so che chi verrà dopo sarà anche peggio.
Israele resterà Israele (e qui nessuno ci scommetterebbe molto in verità), un mucchio di sabbia abitato da stronzi razzisti e beduini ignoranti che si odiano.
Saddam Hussein farà il fico per un po’ e poi sarà impiccato (ma non chiedetemi perché, non l’ha capito ancora nessuno), in Russia continuerà a comandare Putin, ma con nomi diversi, in Inghilterra non comanderà nessuno, in Francia una zoccola di origini italiane con un bel culo (e basta).
Ci saranno tre guerre identiche (oops, due, la terza deve restare segreta ancora per un po’).
Finalmente un papa con l’Alzheimer ci rivelerà il 3° segreto di Fatima. Ma sarà una cagata incredibile, come i mondiali del 2002 (quelli del 2006 invece…)
In italia, cazzo, nei prossimi dieci anni aumenterà il prezzo di ogni cosa grazie alla furbata di scambiare le banconote con su artisti ed inventori per delle cose psichedeliche (gialle, vi rendete conto che ci daranno 400.000 lire colorate di giallo?) in cui nessuno capisce cosa ci sia raffigurato (ponti? Porte? Simboli massonici occulti?).
la politica invece rimarrà sempre uguale: Berlusconi contro tutti.
Noioso, inoltre tutti invecchieranno. Lui no, è eterno come il bambino sulle confezioni dei Kinder Ferrero (ah, cambierà anche lui e quello nuovo sembrerà ancora più anni settanta di quello vecchio, un po’ come le canzoni dei rolling stones).
A proposito, De andrè morirà a giorni, ma baglioni, morandi, albano, renato zero e irene grandi no, purtroppo.
Nei prossimi dieci anni andare al cinema vorrà dire infilarsi in macchina e dover decidere già a Capezzana se andare a destra o a sinistra. E sarà una decisione difficile. Farsi un paio di km di coda per trovare parcheggio, infilarsi in un ambiente che ricorda un bordello arredato come un asilo nido (o viceversa), pagare 4.000 lire mezzo litro d’acqua (cavolo, ma dal prete ci prendo una margherita con quattromila lire…) e diligentemente avviarsi verso una delle miriadi di sale tutte uguali, stando attento a non sbagliare posto che, se no, non torna un cazzo e la gente si sfava.
Cristall, Excelsior, Astra sono nomi che dovrebbero ricordarci qualcosa ma nessuno si ricorda cosa.
Le nostre case saranno tutte, invariabilmente, arredate dallo stesso gruppo di svedesi ubriachi, che faranno delle cose dal design assurdo e, a volte, bello un sacco.
La televisione farà davvero cacare nei prossimi dieci anni, ma i peggio restiamo noi, che la guardiamo.
E io? Io cambierò fede politica, perderò un sacco di occasioni, vedrò qualche altro pezzo di mondo sparso qua e la.
Da un punto di vista affettivo perderò più di quanto guadagnerò e, comunque, tornerò sempre al punto di partenza.
Guadagnerò un foglio di carta e scoprirò che non serve a un cazzo, tanto nel frattempo grazie alla riforma dell’università saranno dottori tutti, anche chi in tre anni impara solo a pulire il culo ai vecchi allettati.
Cambierò tre case, farò due traslochi, perderò un accappatoio, una tenda, un padre, tre gatti, la fiducia negli altri. Mi ruberanno un orologio, lo stereo, una macchina (che poi ritroveranno). In compenso non forerò la bicicletta neppure una volta.
Cavolo che anni assurdi saranno stati anche per me. Sarà bene preparami
Ah, sarà il caso che faccia l’abbonamento a Internet. Dicono che mi servirà, nei prossimi dieci anni.